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Capanne in riva al mare

Stanotte ci siamo addormentati, cullati dal canto del mare. Le onde s'infrangevano sul molo, con un ritmo simile a quello dell'orologio, mentre il profumo di salsedine penetrava nella tenda. Da uno spiraglio vedevo la scia luminosa che la luna proiettava sull'acqua del mare, come fosse un tappeto dorato, steso lì ad indicare la strada che porta all'orizzonte. Ognuno osservando questo bagliore incandescente poteva immaginare di trovare oltre l'orizzonte, castelli, tesori, immense praterie e tanti mondi sconosciuti. Io pensavo: "lì dietro ci sarà una città azzurra, abitata da uomini con le ali, forse angeli, Una città dove non esiste la paura e c'è sempre il sole." Uno dei miei fratelli, invece, pensava che oltre l'orizzonte ci fosse un parco giochi con macchinine colorate, tutto gratuito, per poter giocare senza limiti di tempo. Un altro poi immaginava di cavalcare un elefante in una grande foresta. Ma.. Bisognava dormire perché il giorno dopo era dedicato alla costruzione delle capanne fatte con le canne frondose. Tutti gli anni infatt si andava al fiume a tagliare canne per ricoprire il tetto delle impalcature, edificate a circa due metri dalla riva del mare esattamente sulla sabbia. Si trattava di piantare quattro pali sulla sabbia, ben in profondità e di legarne altri quattro sulla sommità per delimitarne il perimetro. Un rettangolo ricoperto di canne disposte in maniera tale che le fronde pendessero equamente sui lati, formando una tettoia verde. Le capanne costituivano un elemento importante per noi tutti: servivano per suddividere il gruppo in base alle fasce d'età. C'era il gruppo dei "bagadius" , i giovani dai diciotto ai venticinque anni, ma comprendeva anche quelli oltre i venticinque che erano ancora singles; seguiva poi quello degli anziani e sposati, per ultimo il nostro, quello dei piccoli, da zero a diciassette anni, che oltre a badare a noi stessi dovevamo tenere d'occhio i piccolissimi.
Chi apparteneva alla categoria dei piccoli non poteva assolutamente ascoltare né sostare nei pressi delle altre due, che in verità erano un po' distanti l'una dall'altra. Queste strutture erano spazi comuni a tutte le famiglie, dove poter sostare all'uscita dall'acqua o fare il pisolino dopo pranzo. I bagadius fingevano di andare a dormire, in verità era il posto adatto per parlare anche con lo sguardo e dove nascevano i nuovi amori. Gli adulti invece vi si riunivano per parlare di politica, dei figli, dell'andamento dei raccolti, delle vigne e di caccia. Sorseggiavano spesso del vino, scambiandosi bottiglie di nettare che ognuno produceva, giudicando sapori e grado alcolico."Che ne dite, del mio canonau?"diceva, mio padre." Ottimo, bello, corposo, profumato!.."rispondeva colui a cui era stato versato quel liquido.. Le donne, madri e spose, non partecipavano, rimanevano in tenda a sfaccendare o a cucinare. Difficilmente chiacchieravano tra loro, erano troppo impegnate. La prima mattina di vacanza mio padre aveva svegliato presto i miei fratelli e insieme a tutti gli altri del gruppo si erano recati al fiume. Il fiume distava dal mare circa trecento metri, era un corso d'acqua di media portata, e lì dove era delimitato dal canneto, l'acqua sembrava che stagnasse perchè aveva finito il suo viaggio e stava per riversarsi in mare. I giovani, armati di roncole e funi e con l'acqua che arrivava a metà coscia tagliavano le canne. Il rumore secco della roncola, era ritmico. Ogni colpo una canna, con una velocità tale che, nel giro di un'ora, vennero accatastate venti fascine, legate poi strettamente con delle corde.
Ognuno poi, poggiato sulla testa il fardello, in fila indiana, portava le canne in riva al mare, in prossimità delle strutture fatte con i pali.:Mio padre dava ordini ai ragazzi perché disponessero le canne vicine tra loro e formassero un certo intreccio."Mi raccomando, ragazzi"- diceva-" fissatele bene per evitare che il vento se le porti via, mettetele fitte per impedire al sole di penetrare, ci serve per avere ombra.""Eccoci, è tutto pronto! "qualcuno informava. In mezz'ora il capanno era finito. I primi a prenderne possesso eravamo noi piccoli, che ci precipitavamo lì sotto con asciugamani, palloni, cerchietti e boumerang.. erano i nostri piccoli spazi che sarebbero rimasti immutati per tutta la vacanza. evviva!

 

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3 commenti     2 recensioni    

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2 recensioni:

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  • Stanislao Mounlisky il 24/04/2015 17:17
    Un racconto di quando la Sardegna era dei sardi e non... dei milanesi e dei lottizzatori! Insomma, un bel racconto che ci riporta a tempi che non esiterei a definire mitici
  • ciro giordano il 27/04/2013 22:01
    all'inizio ho pensato che fosse un sogno, una comunità socialista, dove tutto era in comune... Poi quele divisioni di ruoli tra uomini e donne che rimandano a qualcosa di ancestrale ed antico, non per questo negativo... Quindi è un ricordo di una vacanza, comunitaria, condito di quelle splendide descrizioni dei luoghi, selvaggi e belli della tua bella terra... mi e' piaciuto ninetta

3 commenti:

  • Fabio Magris il 05/08/2015 19:55
    Mi hai fatto ritornare indietro nel tempo, quando costruivamo le capanne... bei tempi, si sognava e ci pareva di aver costruito chissacchè, un posto "tutto nostro"... Bravissima Ninetta sensazioni trasmesse molto bene
  • Antonio Garganese il 01/05/2013 09:47
    Persone suddivise per età, interessi e ciascuno ha i suoi desideri. Bello e semplice racconta, sa di estate e di tradizione genuina e sana senza eccessi. Piaciuta molto.
  • Ellebi il 11/04/2013 02:00
    Racconto interessante poiché riverbera antiche tradizioni e antichissimi rituali. Lasciano intuire, queste capanne, che dividono per età e funzioni i componenti di una comunità, come l'uomo d'oggi sia anche quello della preistoria, ne sia comunque, nella continuità, il risultato. Complimenti e saluti.

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