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Un biglietto per Reykjavík

Contro ogni previsione e desiderio personale, insegnerà Storia e Filosofia in un liceo fuori città - trenta minuti d'autobus per arrivarci e trenta per tornare a casa, quattro giorni su sette. Insoddisfatta, vagamente prostrata e malinconica, non dirà di Kierkegaard molto più di quanto non sia già scritto sul manuale; la ricorderanno, i suoi alunni, per altri insegnamenti. - Fate qualcosa. Qualsiasi cosa. Datevi da fare, o vi ritroverete con un pugno di mosche in mano.
Saranno precetti perentori, esposti con l'insolita calma di chi ne apprezza la validità per esperienza.
Vivrà in un appartamento al quinto piano, vista sul nulla. Nove stanze, ciascuna di un colore diverso, arredate con cura, ordinate - giusto per soffocare, almeno apparentemente, il disordine che sente covare dentro di sé.
Divorziata, le dita ingiallite dal tabacco, strapperà notti di sesso occasionale a un'esistenza piatta. Amici e conoscenti diranno di lei, lontano da lei, che è una spostata. E lei, dal canto suo, per uno strano pragmatismo, forse per autopunizione, rifiuterà la compagnia persino degli animali domestici.
Sul letto di morte, tirando le somme, rimpiangerà quel viaggio in Islanda, cancellato una settimana prima della partenza.

 

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4 commenti:

  • Dario Russo il 19/04/2013 18:53
    Be', la mia amica vorrebbe andarci sul serio, in Islanda. Ma ancora non ha comprato - ed eventualmente strappato - alcun biglietto.
    Grazie per i complimenti! Spero di pubblicare altro a breve.
  • Anonimo il 19/04/2013 14:20
    Sì... convincente spiegazione. Ha chiarito anche quel tempo verbale che, a prima analisi, pareva un espediente letterario per distinguersi. Bella anche la spiegazione sulla ricerca della parola evitando l'uso di sovrabondanza descrittiva. In questo viene da ricordare Carver... ho un dubbio sull'autobiografia, nemmeno il finale ha qualcosa di vero?
    Se resterò in questo sito credo che verrò a leggerla ancora... ammesso che pubblichi prima della mia partenza.
  • Dario Russo il 19/04/2013 13:05
    Grazie per il commento.
    No, non si tratta della mia insegnante. Tutt'altro: ho immaginato il futuro di un'amica, una cara amica, ventunenne come me, e l'ho messo nero su bianco; il titolo provvisorio di questa "toccata&fuga" era, d'altronde, "Una profezia". E della profezia ho usato i tempi verbali, credo si noti.
    Non c'è niente di autobiografico; solo immaginazione - e paura del futuro.
    Per quanto riguarda la lunghezza, davvero, stavolta è tutto voluto. Il mio obiettivo era proprio quello di condensare una vita in poche frasi. Per questo ho prestato particolare attenzione alle parole: volevo che somigliassero a pennellate, che ciascuna evocasse qualcosa, e che il lettore colmasse i vuoti con l'immaginazione.
    Quasi a corollario di ciò, ho rinunciato ai toni patetici, retorici, e alla sovrabbondanza descrittiva che (spesso) trovo negli scrittori "emergenti". In quest'ottica si spiega, spero, il finale. Ho cercato di renderlo il più possibile anticlimatico.
    E sì, probabilmente non lo si può comunque chiamare un racconto. Spero resti una lettura piacevole, almeno.
  • Anonimo il 19/04/2013 12:36
    Se, come penso, è stata la sua insegnante, credo apprezzerà molto questo suo brano, ammesso che lo possa leggere o percepire in qualche modo.
    Buona scrittura, la sua, pulita e scevra di refusi o errori o pecche di cattiva punteggiatura.
    Quindi un giudizio tutto sommato positivo.
    Ciò che invece lascia perplessi è la brevità del brano... una sorta di toccata e fuga non degna di essere chiamata racconto.
    Ora il punto è questo, come diceva un mio maestro: voluta la brevità del brano o mancanza di legna da ardere? Insomma, per dirla in modo più chiaro, non c'era qualcosa in più da dire per completare questo schizzo di un personaggio che forse è stato importante nella sua vita?