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Voglia di libertà

Vista dall'alto poteva sembrare una spiaggia, con uno piccolo scoglio, dopo il ritiro della marea.
Non era una spiaggia, era lo squallido piazzale di un campo nomadi e lo scoglio era la piccola Irene rannicchiata tra le pozzanghere lasciate dall'ultima pioggia.
Soltanto i gabbiani, che cercavano con il becco qualcosa tra i sassi, facevano compagnia alla ragazzina vestita chiassosamente ma con il gelo sul viso e nel cuore.
< Non è possibile > si diceva < Non è possibile che i miei genitori siano così crudeli. Io ho quattordici anni e Sasha ne ha quasi trentaquattro. Non posso credere che mi abbiano promesso a lui soltanto perché ha una bella roulotte. >
Le roulotte, le auto e i camper, disposti disordinatamente intorno al piazzale, sembravano la scenografia di uno spettacolo che per Irene era una tragedia.
La ragazzina era cresciuta senza problemi nel loro lontano paese ma, da quando erano arrivati in questa grande metropoli, quello che aveva visto gli aveva fatto sgranare gli occhi e svegliato la coscienza.
Le piacevano i vestiti dei ragazzi e delle ragazze che andavano a scuola e le scarpe di gomma con le scritte.
Le piacevano le biciclette luccicanti.
Le piacevano gli zainetti colorati.
Le piacevano i telefonini che tutti avevano in mano.
< Perché io non posso andare a scuola, babbo? >
< Sai leggere e scrivere e questo deve bastare. >
< Vorrei anche io quegli abiti leggeri. >
< Noi popolo libero e siamo sempre vestiti così, basta! >
< Io baratterei la nostra libertà per un paio di quei pantaloni blu, un po' stinti, con le borchie.>
< Così sembreresti uomo. Vorrei sapere che pensa Sasha.>
< E poi non lo voglio Sasha. Ha le mani, gialle di fumo, con unghie lunghe e sporche, i capelli unti e i denti guasti.>
< Ora denti guasti anche te. > disse il padre assestandogli un terribile manrovescio che la fece sanguinare. < Oggi te resti campo e niente mangiare.>
La madre, passando, le carezzò appena la testa e seguì docilmente il marito senza potergli dire niente.
Irene rimase immobile a terra e seguì a lungo il percorso che il rivolo di sangue, diluito dalle lacrime, faceva sulla gonna.
Un gabbiano, interrompendo per un attimo la ricerca di cibo, la guardò di sotto in su; poi riprese indifferente a beccare.
L'ombra di Irene fece un lungo giro accorciandosi e allungandosi.
Senza alzare la testa capì che la comunità ROM stava rientrando all'accampamento. Tese l'orecchio e sentì il passo irregolare del padre che si era rotto una gamba anni prima e zoppicava; tenne il fiato sospeso, ma lui passò oltre dirigendosi alla roulotte.
< Come stai? > chiese la mamma, stanca per aver portato in collo tutto il giorno l'ultimo nato.
< Bene. >
< Non dici altro? >
< Cosa devo dire? Tutte le volte che parlo sono botte! >
< Tuo padre non cattivo. Lui vuole bene ma deve comportarsi così. È nostra legge. >
< Lo so, va bene tutto. Ma sposarmi con lui. . . non ce la faccio; mamma aiutami. >
< Vedrai, appena gli farai figlio, tutto cambia e allora. . . >
< Donne, ho fame. Smettete di chiacchierare. Capito? >
< Irene, vieni casa sistemarti, Sasha arriva presto. >
< Si mamma, vengo. >

 

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3 commenti:

  • Anonimo il 21/08/2013 11:32
    Stringe il cuore l'ineluttabilità di questo vivere. Sei stato molto delicato e la fine del racconto mi lascia l'amaro in bocca, forse non c'è soluzione di diversa vita per Irene. Corde diverse, questa volta, Marcello, ma sempre un bellissimo leggere!
  • Anonimo il 30/06/2013 16:31
    poesia sentita e appezzata. bravo
  • loretta margherita citarei il 23/05/2013 04:56
    apprezzatissimo, molto piaciuto