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LETTERA NUMERO 19: Immagini confuse di ieri e di domani

Ci sono ricordi confusi che spesso ti lacerano quasi inconsapevolmente. Non parlo di grandi traumi diretti o di incredibili shock subiti, ma di cose altrettanto tragiche che s'insinuano nella nostra mente.
Qui ad Arbroath il mio faro è sotto una pioggia battente da almeno tre giorni e le giornate del timido caldo primaverile delle settimane passate sembrano essere quasi un fatto storico, lontano.
Due sere fa, lo scroscio continuo dell'acqua e le improvvise folate di vento hanno provocato uno strano effetto sonoro, un rumore simile a un urlo umano, e la mia mente ha riacceso una lampadina su un fatto triste e penoso accadutomi oltre 15 anni fa, quando vivevo in una casa del centro storico genovese alla quale ero molto affezionato: la mia "casetta".
In quel periodo, tentavo goffamente di assomigliare a tutti i costi a un poeta maledetto o a una versione annacquata e sfigata di qualche rockstar dannata di fine anni '60-primi '70. Oltre a non essere felice, terminavo spesso le mie serate vomitando nel mio bel cesso di casa o in prossimità del portone, sino al punto di giacere privo di sensi sul mio vomito per almeno un'ora se non più.
La sera in questione non ero completamente ubriaco, anzi ero soltanto simpaticamente brillo e terribilmente stanco. Arrivai a nanna dopo una doccia faticosa e mentre ero a letto in piena notte, sentii quello che poteva sembrare un urlo femminile. Aprii gli occhi e percepii ancora un po' di rumori indefinibili ma tanta era la stanchezza che decisi di continuare nervosamente a dormire.
Il mattino dopo, sulla via del lavoro, vidi la polizia e l'ambulanza portare via il cadavere di una mia vicina di casa, tragicamente assassinata dal suo rude compagno tossicomane con cui coltivava un amore malato da qualche anno.
Mi sentii talmente a disagio da dovermi sedere su una panchina: non avevo mai provato una sensazione di amaro in bocca e stomaco torto così intensa come quel mattino. La giornata lavorativa scorse via lenta e inesorabile mentre io non potevo fare a meno di pensare a quell'urlo che ero quasi convinto di avere sentito.
Con ogni probabilità la mia mente decise di rimuovere progressivamente il brutto ricordo di quel giorno, ma adesso che mi trovo a oltre 3 mila km e, credo, 750 settimane di distanza, il destino piovoso ha riacceso la luce su quel ripostiglio mentale che utilizziamo per sbarazzarci di inutili o dolorosi fardelli psichici.
Tutto questo accade mentre ho scoperto di avere maturato quasi quindici giorni di ferie e che la capitaneria mi spedirà via dal faro con un sonoro calcio nel sedere se non mi organizzo in fretta per levarmi di torno queste due settimane.
Spegnendo nuovamente la luce di quello stanzino della mia mente, e non avendo parenti prossimi in Italia, ho deciso di andare a visitare Parigi. Mi sto già programmando il viaggio, ma non do niente per scontato fino a che non avrò realmente prenotato i biglietti aerei.
Sono emozionato all'idea di interrompere il mio esilio nei mari di Scozia per andare in una delle più grandi città europee, e in un certo senso mi sento confuso ma pronto a lasciarmi tutto alle spalle. Avevo una mezza idea di chiedere a Jenny se avesse voluto venire con me, ma una vocina mi ha lasciato intendere che non sarebbe stata una buona idea. Spesso mi sento solo e forse ho solamente bisogno di un surrogato di affetto al quale nemmeno le piccole cose importanti e i rituali di cui mi circondo possono sopperire.

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