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il paese stregato

Questa è opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale.

CAPITOLO PRIMO

"Vielle 15 Novembre Vostra zia è morta stop Funerali dopodomani stop Severin..."

Partiamo col furgone alle prime ore del pomeriggio io e mio cugino Tom.
Fino a un certo punto conosco la via da seguire, ma poi sono costretto a chiedere indicazioni a dei contadini intabarrati alla guida di un carro. Quando arrivo in vista di quella strada stretta che taglia in diagonale i campi in direzione nord provo un senso di familiarità che solleva nella mia anima ricordi tenui e sopiti dall'infanzia: immagini di posti inondati di sole, di luce bianca...
É una giornata grigia di novembre. Tom non dice una parola e nemmeno io ho tanta voglia di parlare.
Il paesaggio è viscido, sfumato, il cielo coperto di nubi. L'aria ha un tepore gradevole dovuto alla troppa umidità.
Il primo paese che incontriamo è un raggruppamento di casolari anneriti sparsi ai fianchi della strada.
Ne incontriamo altri così, sono piccole frazioni non segnate sulla carta che l'auto non impiega molto ad attraversare, gruppi di cascinali smorti e privi di vita, affondati nella pianura. A volte leggo senza interesse i loro nomi: Michellorie, Mieg, Caselle... Grossi topi ci passano davanti con una andatura goffa.
La campagna ha una lucidità irreale sotto i ristagni di nebbia leggera. Vorrei conoscere i sogni di quelle cappellette romantiche e semidiroccate che vediamo talvolta ai crocevia. Sogni senza fine, come la lenta ondulazione dei campi sotto la foschia lattiginosa. Pensieri di morte si susseguono nella mia mente.
Un grassone con la faccia rossa che non bada al nostro passaggio, seguita a ridere smoderatamente su uno spiazzo deserto in riva al fiume.
C'è un ponticello da oltrepassare al di là del quale la strada diventa infangata sotto gli alberi spogli. Dai rami bassi cade un perenne sgocciolìo d'acqua e di umidità. Una luce giallognola che si diffonde talvolta nel cielo di lana e denso di nubi accresce il senso di oppressione e di vuoto.
Dopo alcune ore giungiamo in vista del primo cartello: "Vielle". É storto, arrugginito, inchiodato sul grosso tronco di un salice.
Un altro cartello ci aspetta una decina di chilometri più in là, e indica una strada incassata fra le case basse di un paesino. Ancora un altro, più avanti, e un altro ancora in un crocevia di curve a gomito.
Ma la prossima biforcazione è priva di segnali e il galletto di legno posto in cima a una croce non è di nessun aiuto. Frutti marciti della maclura sono disseminati sulla strada. Poiché siamo proprio in aperta campagna e non c'è anima viva a cui chiedere, scelgo a caso di svoltare a sinistra. Una strada strettissima che si inoltra nella fuliggine della sera.

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