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La fuga

Partii di buon mattino. Non saprei dire neanche io cosa mosse quella scelta, ma lo feci. Per un giorno desideravo sganciarmi dalle incombenze quotidiane. L'aria fresca mi accarezzava lieve, quasi ad accompagnarmi in quel gesto fugace che fu il prendere posto in treno. Volai quasi, esterrefatta dalla tanta energia che mi possedeva. Accanto a me sedeva un uomo dal volto scuro, un egiziano forse, un bell'uomo dall'aspetto severo e curato. Leggeva il suo giornale senza alzare gli occhi. Ne approfittai per osservarlo ancora un po', indisturbata. Si accorse della presenza dei miei occhi su di lui, alzò il capo, sorrise, tornò alla sua lettura. Sorrisi imbarazzata a mia volta. Posai lo sguardo sulle rotaie ancora immobili. Poi il treno partì. Un senso di vuoto mi colpì dritto allo stomaco, chiusi gli occhi. Pensai alla casa in disordine, pensai al suo risveglio. Avrebbe avuto bisogno di me, mi ripetevo. Mi avrebbe cercata. Avevo bisogno di fuga. Cercai di addormentarmi ma non ci riuscii. Ero nervosa. Passò un'ora. Guardavo di tanto in tanto l'egiziano. Poi una scintilla.
Le cade il cappotto, disse l'egiziano. Grazie, risposi frettolosa. Una mattinata fredda. Si, dissi, gelida. Mi chiamo Victor. Antonia. Il viaggio sarà piuttosto lungo, le va un caffè.
No, grazie, non bevo il caffè al mattino. Mi rende nervosa. Un the allora, mi faccia compagnia. Va bene, dissi titubante. Andammo nella carrozza ristorante. Un caffè e un the per la signorina. Signora, risposi. Oh mi perdoni, lei sembra così giovane. Non si preoccupi, è un complimento. Posò i suoi occhi nocciola su di me. Nella mia mente arrossii.
Sorseggiavo il mio caffé mentre l'egiziano raccontava del suo lavoro come orefice. Lavorava le pietre preziose, il mercato non era molto favorevole, era divorziato, un figlio, le pietre più acquistate sono i diamanti, non passanno mai di moda, un caffè speciale questo, complimenti giovanotto. E lei? Io, io non lavoro. Io mi occupo di persone malate. Ah, un'infermiera. Non esattamente. Mi vergognai. Raccontargli della mia vita di moglie e serva e infermiera. Ero ingiusta. Ma lei é egiziano. Sorrise di gusto. No, Antonia, sono italiano. I miei genitori sono turchi. Sono nato a Napoli, come lei. Ma io non sono di Napoli, vengo dalla Toscana. Sì, ripetei, inespressiva, vengo dalla Toscana.
Tornammo al nostro posto. Lei dunque è sposata. Sì, lo sono. Ha figli? Cominciai ad infastidirmi. Lui lo notò e chiese se per caso volessi leggere un giornale. Sì, grazie. La intesi come una tregua o via di fuga. Passò così mezz'ora esatta. Poi mi abbandonai ad un lungo sonno inatteso. Scossa leggermente dalla sua mano, mi svegliai, eravamo arrivati. Antonia, si prepari, é l'ultima fermata. Lei era diretta a Roma vero. Sì. Non sapevo come dirgli che io quel viaggio lo avevo preparato da tempo ma che non avevo nulla da fare a Roma. Non sapevo come dirgli che ero fuggita per un giorno soltanto e che, se avesse voluto, avrei creato gioielli con lui per tutto il giorno. Lei ha programmi. No, fino a domani. Le va di vedere il mio laboratorio. Con piacere.
Sentivo che stavo pian piano dimenticando il mondo esterno. Stavo allentando le mie catene. Spensi il cellulare, ignorando le chiamate perse. Prendemmo un tram, il sole baciava il terreno con dolcezza. Ci fermammo qualche minuto dopo e mi guidò in un piccolo magazzino. Si tolse il cappotto e prese anche il mio. Grazie. Sorrise. Notai l'incredibile disordine che regnava in quel posto e al tempo stesso la sensazione di calore che donava. Mi feci largo fra alcune sedie e posai gli occhi su quello che doveva essere il suo tavolo da lavoro. C'è qualcuno che l'aiuta. Mio nipote, a volte, ma non ama molto questo mestiere. Capisco. Non é un mestiere, incalzò. Io, quando creo un gioiello, esaurisco le mie forze. Quel gioiello diviene amuleto di pura energia, che io gli ho donato. Mi condusse all'interno di una piccola stanza buia. Aprì un forziere rudimentale, ne estrasse una pietra. Silenzioso, tornò nell'altra stanza e fece dimostrazione di quell'energico atto creativo di cui aveva parlato poco prima. Non disse una sola parola. A lavoro ultimato, alzò la sua maschera e mi porse quell'amuleto. Lo guardi e lo sfiori. È ancora caldo. Fu una sensazione inattesa e bellissima. Glielo restituii. Conosco un posto qui vicino dove servono dell'ottimo vino rosso. Lo seguii. Come era potuto accadere. Io stavo andando a cena con l'egiziano appena conosciuto e il mio mondo stava scomparendo. Avevo paura. Come avrebbe fatto. Chi avrebbe chiamato. A quest' ora qualcuno sarebbe accorso. E se non fosse successo? Presi il cellulare. Lo osservai, ma non ebbi il coraggio di accenderlo. Si, dissi, andiamo a cena. Per la prima volta cenavo con qualcuno che non fosse mio marito. Cenavo fuori casa. Inquieta ma eccitata. Ha notato che bella luna c'é questa sera. Annuii. Parlammo della luna a lungo. Lui appassionato di astronomia, io laureata inutilmente in fisica. Durante la cena però, il senso di colpa prese nuovamente il sopravvento. Mi scusai, andai in bagno. Mi guardai allo specchio e aprii la borsetta. Con un fazzoletto mi asciugai quella lacrima invisibile che non voleva uscire. Posai lo sguardo sul cellulare. Lo accesi in un istante di pura compassione. Questione di pochi secondi e cominciò a squillare frenetico. Avevo un messaggio in segreteria oltre a chiamate di numeri che non conoscevo. Di Enzo non c'era traccia. Respirai. Decisi di concedere ascolto solo al messaggio vocale. Era Marta, mia cognata. Disse di richiamare al più presto. La voce era rotta, al tempo stesso brusca. Cosa ci facevo io a Roma, con l'egiziano, in un bagno di un bel ristorante del centro mentre mi abbandonavo al lieve corteggiare di uno sconosciuto. Tutto stava accadendo, ne sentivo il presagio dentro di me. Il seguito fu confuso. Tornai al mio tavolo, presi le ultime cose e cercai di scusarmi, dovevo assolutamente andare. Scusa, scusa ancora. Era la prima volta che gli davo del tu. Perplesso e incredulo si alzò, trattenne il respiro. Aveva gli occhi spalancati, quasi timorosi, mi prese una mano. Lascia prima che ti accompagni. D'accordo. Mi feci portare in aeroporto. Tremavo dalla rabbia verso me stessa e verso la mia vita. Il primo aereo verso casa sarebbe partito tra un'ora. Ebbi il tempo di sbrigare il necessario. Non lo guardavo negli occhi. Non ne avevo il coraggio. Ma prima di allontanarmi l'egiziano mi porse un sacchetto di seta. Dentro vi trovai l'amuleto. Sorrisi. Ci abbracciammo a lungo prima di congedarci l'uno dal mistero dell'altra. Quella notte tornai a casa indossando il mio amuleto.

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4 commenti     1 recensioni    

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1 recensioni:

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  • Anonimo il 13/07/2013 20:51
    Devo dire che questo racconto mi ha lasciato a bocca aperta. Un susseguirsi di eventi e di incontri raccontati in maniera veloce e diretta. La conclusione poi lascia a dir poco interdetti. Bravo veramente e soprattutto è pregevole il modo in cui sei riuscito ad immedesimarti nei pensieri di una donna. Unico neo ma puramente di forma: perché non hai separato i discorsi? Ciao Silvia

4 commenti:

  • Riccardo il 13/07/2013 22:46
    Ciao Silvia, Grazie per la lettura! L'andamento del discorso è voluto, contribuisce a creare l'effetto che desideravo per questo racconto. A presto!
  • silvia leuzzi il 13/07/2013 20:53
    Mannaggia Riccardo che figura anonimo e ripetuto mah la magia del computer
  • Anonimo il 13/07/2013 20:51
    Devo dire che questo racconto mi ha lasciato a bocca aperta. Un susseguirsi di eventi e di incontri raccontati in maniera veloce e diretta. La conclusione poi lascia a dir poco interdetti. Bravo veramente e soprattutto è pregevole il modo in cui sei riuscito ad immedesimarti nei pensieri di una donna. Unico neo ma puramente di forma: perché non hai separato i discorsi? Ciao Silvia
  • Anonimo il 13/07/2013 20:51
    Devo dire che questo racconto mi ha lasciato a bocca aperta. Un susseguirsi di eventi e di incontri raccontati in maniera veloce e diretta. La conclusione poi lascia a dir poco interdetti. Bravo veramente e soprattutto è pregevole il modo in cui sei riuscito ad immedesimarti nei pensieri di una donna. Unico neo ma puramente di forma: perché non hai separato i discorsi? Ciao Silvia

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