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Rita Borsellino

Rita Borsellino
Rita Borsellino è una donna semplice e forte. L'avevo vista e ascoltata tante volte in televisione, ma il 22 novembre ho potuto vederla e ascoltarla in un incontro a Pescara dove è arrivatacon la sua Carovana antimafia nata dalla collaborazione con Libera, l'Associazione di don Luigi Ciotti.
L'incontro è avvenuto nell'aula magna della Facoltà di Economia dell'Università, ma Rita Borsellino aveva cominciato la sua attività alle 8, al Liceo pedagogico dove aveva parlato per 4 ore agli studenti. Quando è arrivata all'università era fresca e sorridente ed ha ascoltato con attenzione il saluto della Preside di facoltà ed una sintetica, efficacissima elazione del professore Giuseppe Baccelli che è andato subito al nocciolo del problema. La legalità - ha detto - non si realizza nella conoscenza delle leggi che, fra l'altro, sono scritte male, in un linguaggio criptico difficile da districare. Bisogna guardare all'atteggiamento nei confronti della legalità,
un atteggiamento che si radica in un familismo amorale che preclude la partecipazione civile e politica e porta ad una scissione fra identità nazionale e identità statuale. Gli italiani, anche a causa della storia che hanno alle spalle, percepiscono l'appartenenza ad una nazione, ma non hanno il senso dello Stato. Lo sentono estraneo, non rappresentativo del popolo. E certe leggi, come quelle sui condoni, inducono i cittadini alla incivile furbizia che consente la violazione delle leggi. Come educare alla legalità?
A questa domanda Baccelli risponde: "Bisogna intervenire sui meccanismi decisionali e poiché l'istituzione più vicina ai cittadini è il Comune, bisogna educare i giovani ad interessarsi alla vita della loro città con una partecipazione attiva. Realizzando una "piccola" democrazia si potrebbe arrivare a rendere compiuta la grande democrazia del Paese che ora è un sistema imperfetto e non solo in Italia. Quando è venuto il suo turno Rita Borsellino ha parlato molto del fratello che spesso si chiedeva, non se lo avrebbero ucciso, ma quando. Nel luglio del 1992 il momento arrivò e via D'Amelio dove Rita abitava, esplose uccidendo Paolo Borsellino e la sua
scorta. Da quel momento la vita di Rita cambia. "Vivevo in una nicchia - racconta - divisa fra il mio lavoro di farmacista e gli affetti familiari. Quando Paolo è morto ho capito che dovevo uscire dalla nicchia. L'occasione me la offrì una maestra che mi invitò a parlare ai bambini di una classe elementare. Mi sentii smarrita, ma andai. Parlai di Paolo, della sua allegria, dei nostri giochi di bambini. Alla fine un bambino mi chiese: Possiamo chiamarlo zio Paolo?". In questo modo semplice cominciò l'impegno civile di Rita. Poi il cerchio si allargò. Insieme a don Ciotti organizzò una Cooperativa di giovani che coltivano le terre confiscate ai mafiosi. Di questo lavoro i giovani vivono, entusiasti di vendere i prodotti della legalità e della loro terra: olio, vino, farina, pasta, passato di pomodor e poi magliette, fazzoletti, sciarpe. Sono completamente autonomi. Quando la terra ha prodotto i suoi frutti i ragazzi li imballano, guidano i furgoni che li trasportano, si fermano nelle città dove Rita parla di legalità, di educazione alla legalità, di impegno civile. Durante questi incontri vendono i loro prodotti. Rita li segue sempre e non disdegna di caricare una

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