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L'olio di Maria

È da stamane che dal cielo scendono fiocchi di neve grandi come farfalle, le montagne e gli alberi, magicamente, si rivestono d'un manto impalpabile che assume la forma delle cose. Il paesaggio riflette il candore della mia vita ma anche il mio dolore quello che da un po' di tempo è chiuso nel mio cuore. Con la neve è arrivato anche il gelo a Torune, le strade sono scivolose e fredde ed il vento soffia con il suo lugubre verso che mi fa impallidire di paura. Quanti inverni duri come coltelli affilati, e quante estati senza fine in questo piccolo paese!
Avevo capito che in casa era successa qualcosa perché il medico dottor Spadedda veniva spesso a visitare mia madre. Io avevo appena dodici anni, mi sentivo comunque grande anche se il mio corpo era ancora acerbo, nonostante le lunghe gambe. Mi chiamavano riccioli d'oro. I miei occhi verdi così espressivi e vivaci erano l'invidia delle mie compagne di scuola che, invece, avevano occhi neri e capelli corvini. Il mio paese svettava a circa 800 metri dal livello del mare, l'inverno era molto rigido, tanto che mio padre, che faceva il pastore, era costretto a migrare con il suo gregge, in località più calde verso la costa. Era sua abitudine rientrare a casa una volta al mese, per fare il carico di viveri e spesso non passava neppure una notte con noi, perché non poteva lasciare da soli il gregge ed il servo pastore. Le pecore avevano bisogno di molte attenzioni e bisognava essere almeno in due per accudirle.
Ricordo che il giorno che venne a trovarci s'era attardato in cucina con mia madre e parlava a voce molto bassa, per cui non riuscivo a capire quale fosse l'argomento della loro conversazione, capii comunque che qualcosa non andava, perché il viso di mio padre si rattristò all'improvviso e al momento della partenza, mentre abbracciava mia madre, aveva gli occhi pieni di lacrime. Ero diventata sospettosa, cercavo di capire.. perciò ogni volta che qualcuno veniva a trovarci ero sempre vigile, attenta, per captare anche il più piccolo segnale.
Mia madre intanto era ogni giorno più pallida, senza forze, non s'alzava dal letto, non era più la donna forte dinamica che io conoscevo.
Un giorno successe un fatto nuovo, mia zia Letizia, sorella di mia madre, che veniva tutti i giorni a casa per darci una mano, s'era attardata nel cortile a parlare con zia Rosaria, una vicina di casa.
Io ero praticamente dietro un cumulo di tronchi di legno che servivano per alimentare il fuoco del cammino e non sapendo della mia presenza Rosaria chiese a zia Letizia: "come si sente oggi tua sorella? Sembrava una roccia, quel male quando arriva non perdona.."zia Letizia quasi piangendo rispose: "il medico ci ha detto che non c'è più niente da fare, i giorni non saranno tanti.."a quelle parole il cuore iniziò a battermi all'impazzata, non volevo crederci, allora mia madre stava per morire!" non era possibile, adesso capivo i cenni, le parole lasciate a metà, perché?... Perché proprio a mia madre!". Dal giorno non m'allontanai più da casa, non mi recai più neppure a scuola, stavo nella camera di mia madre a cogliere ogni respiro, ogni lamento.
Intanto la malattia progrediva, mia madre non deglutiva più neppure l'acqua e il cibo rimaneva ormai intatto sul vassoio. Sognavo e speravo che lei guarisse, che tornasse ad essere allegra e gioiosa come lo era un tempo. Spesso mi sorprendevo a guardarla di nascosto e ripensavo alle sere di maggio, quando recidevamo le rose del giardino e il profumo inondava le stanze, e a tutte le volte che dormivo nel lettone, arrotolata come una chiocciola di mare. La rivedevo mentre con dolcezza mi abbracciava e mi stringeva forte al petto. Le notti divennero lunghe e senza stelle. Nascosta in un angolo della stanza ascoltavo i mille rumori della sera, i passi veloci sulla strada sterrata di fronte a casa, qualche mormorio d'ubriachi, poi i lunghi silenzi, infiniti. Spesso guardavo fuori dalla finestra perché mi pareva di veder camminare delle ombre, mentre gli alberi erano immobili, come se nascondessero qualcosa d'impenetrabile, come in un tunnel senza uscita. Allora aggrappandomi alla sedia della mia camera incominciavo a piangere, abbracciando me stessa."Mamma, non morire!" singhiozzavo. Stanca mi trascinavo nel letto, sola,. come un naufrago nel mare.. Una notte feci un brutto sogno: " mi trovavo immersa in un fiume fino alla cintola, senza potermi muovere, mentre sull'acqua rosseggiante galleggiavano alberi secchi e carogne d'animali." "All'improvviso sei apparsa tu mamma e mi hai sollevato sulle braccia e mi hai portato a riva distendendomi sopra un letto di foglie dorate". Dopo quel sogno mi svegliai carica di speranza. Passavano i giorni ed io dalla mattina alla sera, senza posa guardavo ed osservavo se appariva anche il più piccolo, minuscolo, segno di ripresa. Venni a sapere che ai malati, in punto di morte, veniva somministrato l'Olio Santo, e che nessuno poteva sostare ai piedi del letto del moribondo, perché gli effluvi malefici avrebbero colpito anche il malcapitato. La speranza era resa più forte dal fatto che a mia madre non era stato somministrato l'olio santo, quello dell'estrema unzione, per cui mi confortava il pensiero che non fossimo arrivati ai giorni temuti. Poiché' il prete veniva spesso, io, per verificare se l'olio era stato somministrato, mi accucciavo in quel cantuccio ai piedi del letto e aspettavo che qualcuno mi cacciasse. Un giorno che fui costretta ad assentarmi per andare in farmacia, al mio rientro chiesi a mia madre: "mamma come stai?" lei mi accarezzò con quelle mani pallide e magre, ma non rispose. Dovevo comunque verificare se in mia assenza era successo quello che tanto temevo. Mi avvicinai ai piedi del letto ma fui immediatamente cacciata da un urlo angosciante. Era mia zia che prendendomi per un braccio, mi spinse lontano da quella posizione dicendomi: "Maria non lì !, oggi non è corretto che tu stia ai piedi del letto." Questa frase mi colpì e capii subito... Era come se il mio corpo fosse stato attraversato da una scarica elettrica, i muscoli entrarono in fibrillazione, il cuore prese a pulsare sulle tempie, un caldo partito dai piedi invase tutto il mio corpo fino a stordirmi, come una spiritata mi buttai per terra e battei i pugni ripetendo a squarciagola: "toglietele l'olio, dovete toglierlo, lei non deve morire!"

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2 commenti     2 recensioni    

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2 recensioni:

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  • Anonimo il 25/08/2013 19:13
    Questo racconto è il tipico esempio di come si possa emozionare il lettore trascinandolo a viva forza nel cuore del dramma che quella ragazza provava( forse autobiografico... ma forse no, non importa).
    E a nulla vale l'esito positivo della vicenda... il lettore sensibile rimase scosso e non può che immedesimarsi vivendo parzialmente quel dramma e confrontandolo con quelli da lui stesso vissuti in prima persona. Potenza della narrativa, forza immane della parola, effetto indotto dal pathos che lei, cara autrice, è riuscita a infondere in queste pagine altamente emotive.
    E a nulla serve che la forma usata per la narrazione non sia perfetta: comunque sia buona, per quel poco che conta in un brano come questo. Un saluto.
  • Antonio Garganese il 25/08/2013 14:31
    Racconto drammatico con un lieto fine inatteso che dimostra l'assoluta fallibilità medica. Godibile il riferimento alla Sardegna e a valori di unità e collaborazione familiare.

2 commenti:

  • Fabio Magris il 07/08/2015 23:07
    Un racconto che coinvolge, che fa partecipare a quello che hai vissuto tanto tanto tempo fa. Uno spaccato della vita di allora, del paese, delle credenze.. e di una bambina dal forte carattere che, con la sua ingenuità combatte e "trova la soluzione". Più piccola, ma più forte lei di tutte le altre persone più grandi. Non importa che alla fine si riveli di una diagnosi sbagliata, quel che conta è il coraggio dimostrato. Complimenti, scritto a parer mio che trasmette perfettamente i sentimenti provati.
  • antonina il 25/08/2013 21:39
    Il racconto non è autobiografico, ma è una storia vera che risale a circa cinquant'anni fa. Grazie Charles per le belle parole. Grazie Antonio.

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