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La leggenda del Baobab

Nella foresta viveva un Baobab, un maestoso Baobab le cui ampie foglie si muovevano agli sprazzi di vento e i cui lunghi rami si inerpicavano nel vuoto, nell'aria, nel terreno, verso l'alto e verso il basso, in direzione della Terra e del cielo. Il suo tronco era consistente, vigoroso, un forte petto di donna dal nobile animo, dall'inusuale temperamento. Le sue radici erano braccia di madre, linfatiche braccia di madre apprensiva, affannata. E in un abbraccio il Baobab conduceva a sé con la tenerezza di un soffio provvidenziale tutte le creature della foresta: gli animali tradizionalmente buoni e quelli tradizionalmente cattivi, i lupi e gli agnelli, gli uomini e i cani, i conigli e i leoni. La forza del suo richiamo illanguidiva sé stesso, le sue componenti fisiche e spirituali, ma rendeva felici e inattaccabili tutte le creature trascinate a sé dal soffio provvidenziale, divino, le creature che si nutrivano del cibo procurato loro dal Baobab, cibo che il grande albero costruiva, lavorava e donava senza arrecare dolore alcuno ad alcun'altra specie né di pianta, né di animale, né di terra, né di mare e senza chiedere né volere null'altro in cambio se non il rispetto dello spazio attorno al suo tronco, a costo di morire sfiancato, indebolito, languido su sé stesso. Nonostante l'apparenza dell'inesauribile temperamento anche il Baobab esigeva riposo, non solo lo esigeva, ne necessitava: non era sempre facile proteggere e nutrire gli animali senza chiedere null'altro in cambio, era anzi un compito che talvolta richiedeva sforzi immani ed un alto dispendio di energie. Con l'avanzare delle stagioni, poi si avvicinava il pericolo dei tagliatori da legna, spregevoli e avidi umani interessati solo al materiale fisico che componeva il tronco del Baobab e, se questi aberranti esseri fossero riusciti nei loro intenti, l'intero equilibrio di felicità del Baobab e degli animali da lui protetti sarebbe stato alterato, depredato, distrutto, forse per sempre. C'erano giorni poi in cui al Baobab toccava fare i conti col suo passato tormentato a causa del quale qualcuno dei suoi innumerevoli rami, anzi più di qualcuno dei suoi rami angelici, appariva ancora ferito, arido come un pezzetto di legno dopo un incendio boschivo, dopo una vampa di fuoco appiccato. Erano ferite, ustioni, principi di carbone che mai sarebbero tornati allo stato originario, mai si sarebbero rimarginati. Ma nonostante tutto ciò, nonostante le ferite, il fuoco malvagio, i tagliatori di legna in agguato, le energie richieste e le difficoltà del ruolo il Baobab non si lasciava vincere da intemperia alcuna, da malanno alcuno, da cattiveria alcuna, né tanto meno dalla sorte, né dall'uomo, né dal destino creato dall'uomo. E resisteva, resisteva anche nelle notti peggiori trovando pochi altri alberi a confortarlo e sempre più pericoli, di contro, a persuaderlo. C'erano dei mali viscerali ad incombere sulla sua esistenza, sulla sorte della sua esistenza. Dei mali interiori, profondi: il rinsecchimento del suo tronco. Il Baobab era giovane, forte, a tratti avvenente, ma ora aveva capito che il suo tronco si sarebbe rinsecchito, forse per l'eccessivo dispendio di energie, forse per la limitatezza delle risorse idriche (destinate in gran parte ai tagliatori), non di sicuro per la sua età ancora giovane, non ci è dato saperlo, una cosa é sicura però: il Baobab aveva dato tanto e a tutti, aveva dato tutto a tutti senza volere nulla in cambio ed ora, ora stava morendo, con dignità, perché mai aveva arrecato danno o dolore ad essere o specie animale o vegetale in grado di provare dolore, ma stava morendo e, quando tutte le meritevoli creature sotto la sua protezione che belavano e brucavano e giocavano e mangiavano e si coccolavano felici nel suo recinto presero coscienza cdi ciò che stava per accadere non era ancora troppo tardi e fecero appena in tempo ad accorrere al tronco, a stringersi tutte in cerchio attorno al Baobab in un amplesso, in un dolorosissimo ma fortificante e vitale abbraccio spontaneo che sovvertì l'ordine della foresta, capovolse la volta celeste, scoperchiò i tetti delle case dei tagliatori, generò mille altri Baobab. Era il cerchio della geometria della vita.

 

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