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Come stalattiti, i ricordi

Fulvio Staffieri, proprietario del celebre ristorante detto "Al Cuciniere", cuoco di eccelsa perizia e d'infame cocciutaggine, maestro nell'arte culinaria e terrore d'ogni vivandiere, famoso per le sue squisite pietanze quanto per i feroci rimproveri ai suoi lavoranti, quel giorno sembrava perdersi dietro pensieri d'altra fattura. Meditazioni sospese solo al cospetto di un esoso bottegaio altrettanto irascibile. Chiamò l'aiutante affidandogli il compito di ritirare la merce, e, dopo aver regalato un ultimo sguardo carico di disprezzo al petulante venditore, uscì dal mercato. Di fronte alla sua auto proprio non se la sentì di salirvi a bordo e tirò lungo impegnando una breve salita che portava al centro. Inciampando più volte sulle pietre affioranti dall'acciottolato di via del corso, non fece caso al respiro che iniziava a farsi prepotente, mentre alcune lacrime gli lasciavano righe di sale sulla pelle. Si appoggiò esausto alla parete di un palazzo per riprendere fiato. Poco più là un bar aveva sistemato dei tavolini lungo la via.
Seduto all'aperto, sorseggiava un caffè approfittando del sole autunnale per procurarsi un po' di tepore, forse l'ultimo della stagione visti i presagi d'inverno portati dal vento. Con gli occhi chiusi provò a liberarsi dell'inquietudine che lo aveva assalito lasciando lavorare l'immaginazione. Si sorprese invece a meditare sulla sua vita passata, ritrovando antichi ricordi di cui aveva perso memoria, che ora reagivano a ogni tentativo di relegarli di nuovo nell'angolo della mente in cui erano stati rinchiusi divenendo ancora più vividi. Da qualche giorno era preda di dubbi e incertezze come non gli era mai capitato prima, e la cosa lo angustiava. Soprattutto una questione, attorno alla quale si arrovellava, era arrivata a privarlo del sonno notturno, una domanda che si poneva di continuo. Cercava di capire se fosse giusto rendere così prezioso tutto quello che facciamo per credere che la nostra vita sia davvero importante. Oltretutto era una domanda priva di risposta, per quanto ne sapeva.
Il ragazzo del bar fece un po' di rumore nel riprendere la tazza ormai vuota, sostituendola con un bicchiere d'acqua. Mentre se ne stava andando guardò meglio in faccia quello strano avventore che sembrava assopito. Lo riconobbe.
- Ma, ma... lei è... -
- Zitto! -
Una mano dalla stretta di ferro agguantò quella del giovane cameriere, che subito ammutolì.
- Sì, sono io, ma non c'è bisogno di farlo sapere a tutti, no!? -
Sul viso del ragazzo una smorfia di delusione aveva preso il posto dell'iniziale stupore. Nemmeno l'abbondante mancia ricevuta da quell'illustre cliente bastò a restituirgli il buon umore.
Fulvio Staffieri, innervosito da quel contrattempo e dal frenetico quanto immotivato lavorio della sua memoria, decise che era ora di ritornare indietro.
Percorrendo a ritroso la strada, notò che aveva parcheggiato l'auto di fianco ad un alto palazzo di stile moderno, che non ricordava di aver mai visto. Strano, visto la mole dell'edificio. Si avvicinò alla porta d'ingresso, circondata da una moltitudine di targhe e insegne, tutte in metallo luccicante. L'unica che non si uniformava alla norma essendo in legno consumato dalla pioggia e dal sole attirò la sua attenzione. "Biblioteca dei ricordi rimossi" lesse ad alta voce. Quella storia dei ricordi continuava a tormentarlo. Scrutò l'ora stabilendo che aveva almeno una mezzora di tempo. Se non avesse preso l'abitudine di tenere spento il telefonino si sarebbe reso conto che dal ristorante lo stavano cercando con urgenza, consapevoli che avrebbero dovuto iniziare da tempo i preparativi della cena, evenienza del tutto improbabile in sua assenza, e tale certezza gli sarebbe venuta meno.

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2 commenti     1 recensioni    

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1 recensioni:

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  • LIAN99 il 08/09/2013 10:45
    Davvero gradevole ed interessante questo racconto che si fa leggere piacevolmente per la scorrevolezza del linguaggio e per la capacità di tener viva l'attenzione del lettore. Metafora del groviglio di sentimenti e di emozioni di cui ci fanno preda i nostri ricordi. Infinite le sottili implicazioni che vi si possono cogliere. Bravissimo.

2 commenti:

  • Chira il 12/09/2013 08:27
    La biblioteca della propria infanzia incastonata in un'altra di tutti... Amore viscerale per il leggere... Junghiano l'approccio col ricordo rimosso che all'inizio diviene salvezza ma poi un groviglio da sciogliere. Tom, il bambino dall'infanzia sognata da noi piccoli lettori per la sua LIBERTà, diviene catarsi e pace per Fulvio ormai grande. Niente tralasci: ti cali completamente nelle cose e nei sentimenti con perfezione stilistica e bellissime immagini poetiche. Hai grande dono Nunzio!
  • Anonimo il 08/09/2013 07:43
    Una piacevole maniera di cominciare la giornata, quella di leggere tutt'un fiato questo racconto. In tre pagine condensa un'infinità di testimonianze di un'esistenza. Quella di quest'uomo, umiliato da piccolo, che aveva rimosso dalla mente tutti i ricordi perchè allora facevano troppo male. Ad un tratto la sua vita completamente piatta comincia a gridare. Dapprima con la perdita del sonno, poi con uno stato confusionale, che Lei rende con la scrittura, in maniera magistrale (in certi tratti del racconto sembra di vedere le immagini di un sogno), fino alla liberazione dalla sua angoscia. Un uomo che d'un tratto trova in un'ora le risposte di una vita a domande dimenticate. Scusi la mia interpretazione. Mi è piaciuto molto. Un caro saluto.

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