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Si chiamava come te

Chiuse la porta, piegando la sottile maniglia d'ottone, lentamente. La luce, proveniente dal corridoio che portava alla sua stanza, si fece sempre meno invadente, ritirandosi progressivamente, fino a un punto in cui oggetti e forme scomparvero. Muovendo timidamente le braccia, egli cercò invano l'interruttore. Eppure si ricordava di averlo visto lì, prima di uscire. Solo il rumore, improvviso, della cornice d'argento, fatta cadere con un colpo maldestro del braccio destro, gli restituì un poco di cognizione. Nella sua testa, in qualche sperduta palude, stavano impantanate le sue credenze più remote, quelle che ogni sabato sera smuoveva con rapidi quanto disorientanti sorsi, attaccato a quella 33 cl verde. Anche quella settimana aveva segnato una serata con il solito marchio, costituito da un trancio di pizza al taglio da Nando, divorata sul marciapiede antistante l'opaca vetrina, e una birra gelata bramosa di togliere il respiro. Si vedeva ancora vicino a Sandro, il quale era intento ad ascoltare il monologo di uno strano tizio, dall'accento slavo, di cui ovviamente non ricordava il nome. Lo straniero seguiva a cascata i suoi pensieri, cercando ma non riuscendo a raccontare una rissa che lo aveva visto protagonista di cui portava ancora un' evidente traccia sullo zigomo destro. Sandro ne era come attratto da quel taglio, come se fosse l'unica vera prova che desse un fondamento a quella serie impalpabile di parole che il suo interlocutore continuava imperterrito a vomitargli addosso. Cercava di non essere indiscreto, ma rimaneva anche alcuni secondi a fissare quella striscia rossastra vicino alla fronte, in silenzio, mentre quello, preso dalla foga della narrazione, gesticolava come un venditore ambulante di coltelli. Probabilmente ne aveva anche uno, nascosto sotto il giubbotto di pelle nera. A questa idea, Carlo sentì un brivido lungo la schiena, e fu come svegliarsi con gli occhi chiusi. Buio pesto. E si avvertì ancora in piedi nella sua stanza, sospeso tra il silenzio e le immagini ancora vibranti di quella scena così recente, ma gìa molto lontana. Si rammentò della cornice fatta cadere quache minuto prima, e al solo ricordarsene gli parve di sentirla cadere nuovamente sul comodino. Istintivamente, lanciò il suo braccio sinistro nella direzione opposta e, come se fosse la cosa più semplice del mondo, premette al primo colpo il pulsante giusto. E luce fu. Le palpebre si agitarono ribelli, accomodandosi poi in una posizione di veglia approssimativa. Solo ora riusci a riconoscere quello spazio vissuto che, attraverso ricordi, emozioni e vivaci respiri, faceva ormai parte integrante della sua vita. Un posto che, nel bene o nel male, non riusciva ne ad amare ne ad odiare, ma solo a rispettare, un luogo non amico, ma testimone, non comprensivo ma indulgente, non sensibile, ma dolce, inspiegabilmente dolce. Una serie di materiali, legno, plastica, acciaio, clinicamente freddi, da cui però egli avvertiva provenire un tenue tepore, quattro mura che riflettevano un inaspettato calore. Pur appartenendo a quel Mario Sarti, suo ricco zio, di cui c’era ancora il cognome sulla porta d’ingresso, dato che involontariamente era anche il suo, nutriva ormai una sorta di affetto verso quel triste bilocale. Una volta varcata quella soglia, il mondo, fuori, si parcheggiava tra due linee blu, senza pagare, aspettandolo senza fretta fuori dal cancello, pronto a passargli la propria multa. Ma lì dentro non c’erano regole, solo prassi, i problemi finivano nel cassetto insieme al portafoglio usurato, le nuvole della quotidianità venivano soffiate via dal vento del tempo, lasciando risplendere, come ogni notte, il sole primaverile di una fiducia che veniva da un lungo letargo. Si girò, dirigendosi a piccoli passi verso la porta finestra. Vi appoggiò la fronte. Il vetro non mentiva, si bremava fuori, un cielo più freddo che scuro delineava il palazzo di fronte, una cornice di lusso per quel rettangolo di sei piani giallo spento. Dalla finestra del quarto piano, proprio di fronte al suo balcone, dietro le tende bianco cenere, illuminate da un lampadario a soffitto, si stagliava un circolo di ombre. Apparentemente immobili, innocue, come un predatore prima di un attacco, ad un approccio più attento se ne potevano intravedere due, indefinite ma individuabili come pesci appena sotto il blu del mare. Vagavano in maniera disordinata per il soggiorno, entrando e uscendo di continuo dal campo visivo dimenticato da una tapparella, fatta calare distrattamente al primo imbrunire. Non sapeva chi vi abitasse. Gli sembrava di aver sentito da Ivan, il giardiniere albanese, che prima vi era una coppia di anziani, ma che essendo venuto a mancare il marito, la vedova era andata ad abitare dalla figlia. Per guadagnare qualche soldo in piu’, avevano deciso di comune accordo di affittare quel vecchio quadrilocale, da tre generazioni roccaforte della loro famiglia. I nuovi inquilini, sempre secondo Ivan, avrebbero traslocato nel week-end. Quell’insolito movimento, nel cuore della notte, era dunque spiegabile con un trasloco che stava richiedendo più tempo del previsto. A Carlo parve di vederla quella scena. Capelli biondi, lunghi e sciolti, che accarezzavano giovani guance, rosse, accalorate dallo sforzo di spostare quel divano comprato coi primi risparmi. La sua voce, femminile e dolce come mai, che invita a posare l’armadietto proprio lì, vicino ai sacchetti del supermercato ancora da svuotare. Lui che non risponde, il volto corrucciato, un po’ dalla fatica, nonostante le tre sere alla settimana passate nella piscina comunale, un po' per un sabato sera che immaginava diverso. In mezzo a cartoni e celofan rotti, lui che era abituato a servire cocktail nel locale alla moda di proprietà del fratello. Dopotutto se l’era cavata bene, facendo buon viso a cattivo gioco. In fondo quella sarebbe stata casa sua, e quegli occhi, neri come il televisore nuovo, che ora non gli prestavano attenzione, un giorno gli avrebbero detto di si. Non riusciva a crederci. Anche se la passione che gli aveva fatti conoscere sarebbe finita nel cestino grigio davanti a lui, qualcosa di piu grande gli stava avvicinando sempre di piu. Un attrazione che da istintiva stava diventando necessaria, un sentimento ancora da vivere che, seppur più stabilizzato e protetto da un affitto da pagare insieme, rimaneva conscio che non avrebbe mai dovuto perdere la sua innata follia. La stessa parola che avevano usato gli amici di lui quando gli annunciò la decisone di un’ imminente convivenza. ”Ma è meraviglioso” , avrebbe detto invece lui, qualche mese più tardi, quando lei gli avrebbe comunicato l’arrivo di un nuovo coinquilino. Egli non avrebbe pagato l’affitto, ma con pianti isterici e cambi di pannolino imprevisti e non rimandabili, sarebbe diventato inesorabilmente il padrone di casa. Una casa, quella di Carlo, ora silenziosa, e non perché era notte. Chiunque abitasse ora in quell’appartamento nella palazzina di fronte, spense la luce e se ne andò a dormire. Carlo non se ne era ancora accorto. Due lacrime, una a breve distanza dall’altra, gli avevano rigato entrambe le guance. I suoi sospiri avevano appannato, oltre al vetro, pure i suoi pensieri. Deglutendo, tornò sui suoi passi. Si fermò. Ebbe un attimo di esitazione, ma inconscientemente si diresse sfrontato verso di essa. Stava ancora lì, a pancia in giu, si nascondeva, mostrando solo la sua schiena nera. Accostando la sua mano la sfiorò, la afferrò e, girandola, si senti meno solo. Quella fotografia, racchiusa in quella cornice, colpita e fatta cadere poco prima, era un abbraccio da cui non riusciva a staccarsi. Lui, il primo giorno di scuola, immortalato sull’uscio di casa. Sorridente, impreparato a questa nuova fase della sua vita, ma entusiasta come se ci fosse il saggio prima delle vacanze estive. In parte a lui una donna, con uno zaino, gonfio ma vuoto, tenuto tra le mani. I suoi occhi, neri come il grembiule del suo bambino, che guardano l’obiettivo con una certa emozione. E dietro la macchina fotografica comprata in offerta, quel volto. Non più corrucciato ma orgoglioso, del suo ragazzo, come di se stesso. Che aveva lasciato locali e feste, la sua irrequietezza giovanile per cercare di maturare, costruendo una nuova armonia attorno ad un focolare che mai aveva avuto. Un progetto da portare avanti con entusiasmo ma che richiedeva anche tante responsabilità. E qualche compromesso. Non rinnegava il passato, ma ogni tanto, il sabato sera, si concedeva di tornare nei luoghi dove si era sentito davvero giovane. Dove qualcuno continuava a correre sulla strada del successo, dimenticandosi da dove fosse partito. Dove aveva conosciuto lei, capace di regalargli la gioia di essere padre. Carlo non si senti più le gambe, gli divennero molli. La birra questa volta non c’entrava. Si sedette sul letto, con in mano ancora quella cornice. Scoppiò in un pianto dirotto, intervallato da fastidiosi singhiozzi. Si sentì fragile, insicuro, ma intenso, come non gli capitava da tempo. Si alzò e, con violenta energia, tirò un calcio alla porta. Un secondo, e un terzo. Tre colpi, uno dietro l’altro. Sentì tre fitte al petto, come un’eco di quello sfogo. E come un gioco di continui richiami, davanti a sé comparve quella scena, quella che non aveva mai voluto immaginare. Quei tre colpi, in un sabato come un altro, tre rapidi movimenti di un braccio destro che, spietato e senza controllo, si infilarono nell’addome paterno. Accadde, in quel parcheggio, poco lontano dal locale di Nando, dove qualcuno regalò agonia ad un uomo, e sofferenza alla sua famiglia. Alla loro. E al piccolo Sarti una nostalgia che bruciava dentro, sognando di poterla sopportare, per poter lui stesso saper diventare forte. Come suo padre. Nella porta presa di mira tre spaccature evidenti, un bel danno da pagare. Per evitare guai, avrebbe chiesto dei soldi a Sandro. Con zio Mario, su queste faccende, non si poteva scherzare…

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