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347... morto che parla

Non c'è nulla
come comunicare
per fare più leggera la vita.



L'aria era satura di elettricità. Se ne respirava l'odore un po' dappertutto. Negli androni delle case, nei giardini, nelle vie della città. Il temporale, in fuga verso l'orizzonte, stava cedendo il passo a un mesto tramonto. Andrea, bavero alzato, aveva lo sguardo fisso su una pozzanghera, mentre l'acqua, percorsa da una leggera brezza, gli restituiva la figura incerta di un uomo con l'impermeabile, come dentro lo schermo di un vecchio televisore bianco e nero in vena di bizze. Uno di quei sarcofaghi lignei del secolo scorso, dal carattere assai instabile, e bisognosi di ripetuti cazzotti prima di tornare in sè.
- Meno male: oggi le maniere forti non servono più - pensò Andrea - miracoli della tecnologia! Tutto è più stabile. Almeno per quanto riguarda la tivù.
Con questa riflessione, stimolante e profonda come la pozzanghera che gli stava davanti, mise fine alle trasmissioni infrangendo lo schermo con una scarpa. Poi, uscito da quello stato di trance, prese a camminare senza molta convinzione verso la fermata del bus. La giornata era stata un inferno: una riunione via l'altra! E le telefonate? Tante che aveva perso il conto. L'orecchio bolliva ancora.
Il bus era lì, con le fauci aperte. Sarebbe bastato uno sprint finale e il mostro lo avrebbe inghiottito. Quindi, dopo averlo masticato ben bene, lo avrebbe sputato fuori a due passi da casa, come un chewing-gum! Invece Andrea, all'ultimo momento, rallentò. Ripensandoci, l'avrebbe fatta a piedi, così si sarebbe rilassato un po'. I pensieri si agitavano e rincorrevano scomposti nella mente. Non riusciva a sintonizzarsi su niente che valesse la pena di essere acchiappato al volo e rivoltato come un calzino. Dopo alcuni minuti svoltò l'angolo, in una stradina un po' in ombra. Cinquanta metri più avanti, fu attirato da una vetrina illuminata. Sembrava la versione ridotta di uno di quei bazar di Times Square, dove i portoricani si arricchiscono come nababbi tirando sòle ai turisti. Specie quelli italiani. Se poi napoletani, meglio ancora. Perché fottere un napoletano equivale a conquistare un posto d'onore nella Hall of Fame della "creatività".

Per mettere a fuoco la mercanzia esposta, Andrea si impegnò non poco. Lo sguardo dovette farsi largo tra montagne di dischi di vinile 45 giri buttati alla rinfusa su una base di velluto rosso; vecchi cofanetti di long playing, fra cui spiccava Athlantic Rythm & Blues 1947-1974; qualche radiolina a transistor; cuffie di ogni specie; spazzolini elettrici di ogni genere; diversi MP3 players; pacchi di CD e DVD vergini; un televisore extraslim; carillon dalle forme più strane, di certo made in Taiwan; una serie di pelouche con la testa ciondolante come tanti zombi; un apriscatole elettrico con levatappi incorporato; varie torce a led; qualche lampada da scrivania; lampadine a risparmio energetico; due accattivanti macchine per espresso; un gasatore d'acqua; un mini tapis roulant da viaggio; una bacinella con idromassaggio per i piedi, particolarmente adatta per chi soffriva di occhi di pernice e neurisma di Morton, come sottolineava un cartello scritto a mano; più una miriade di cellulari di ogni razza. Mamma, quanti erano! Roba da perdersi.

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1 commenti:

  • Anonimo il 28/12/2013 19:26
    Magari Gabriele, magari... ai confini della realtà... ma perché io spero che questo possa prima o poi accadere ed addirittura credo in un mondo di un'altra dimensione quale fai raccontare al tuo tenero personaggio?! Fai aspettare per i tuoi racconti ma ne vale la pena e poi questo è perfetto per il periodo e l'ho sentito particolarmente perché mio padre se ne è andato "tra le sfere" l'ultima notte dell'anno e mi manca infinitamente ancora.
    Buon anno. Con stima.
    Chiara

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