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Il cavallo bianco di Napoleone

"Di che colore era il cavallo bianco di Napoleone?"
"Verde!"
"Mi scusi dottore. È un gioco che si faceva da piccoli, una domanda a trabocchetto. Il cavallo bianco di Napoleone era bianco."
"Invece ti dico che era verde."
"Scusi se mi permetto di insistere, ma il cavallo bianco di Napoleone era bianco, lo dice la frase stessa. In natura inoltre non esistono cavalli verdi..."
"In uno spot pubblicitario un po' datato c'era un cavallo verde."
"Ah sì quello del Totip che era stato persino tinteggiato, povero cavallo, un po' come la mucca Lilla della Milka. Ma quella è la televisione non è il mondo reale. È come dire che gli asini volano."
"Io sono il capo! E quando dico che il cavallo bianco di Napoleone era verde... È così, punto e basta."
"Ha ragione."
"La ragione è dei deficienti. Non mi starai per caso dando del deficiente, a me il capo?"
"Meglio forse che vado a riprendere il lavoro."
"T'ho detto di andartene? Sto ancora parlando."
"Driin!"
Salvata in corner dal telefono che ha squillato.
Scene di vita quotidiana in un ufficio qualunque.
Ogni tanto anche la vita in ufficio può essere pesante. In realtà è duro lavorare in miniera, zappare la terra, fare il manovale, ma ogni tanto lasciatemelo dire è difficile lavorare in ufficio. È anche vero che mi pagano, al giorno d'oggi con la disoccupazione al galoppo, un po' come il cavallo bianco di Napoleone, diventato verde.
Ma come sono finita in un importante ufficio a discutere del cavallo di Napoleone Bonaparte?
Una lunga e stimata carriera scolastica mi ha condotto dove mi trovo ora.
Ricordo il giorno del diploma al Liceo Scientifico. Sessanta sessantesimi sulla carta, dall'altra parte della bilancia, zero appuntamenti con i ragazzi, un'antipatia che rasentava l'odio da parte dei compagni di classe meno bravi.
Andando avanti nel tempo arriva anche la laurea in Economia. Ricordo in particolare un regalo che mi era stato fatto da un'amica di famiglia: un cofanetto in legno, col coperchio placcato in argento, al cui interno c'era una chiave. La chiave per entrare nella vita vera, per aprire il forziere della gratificazioni.
Le gratificazioni cominciarono con i primi colloqui di lavoro.
"Vedo dal suo curriculum che si è laureata alla facoltà di Economia di Sassari. Sassari, dove si trova?"
"In Sardegna."
"Ah già quella dove si va al mare, ricordo di aver letto qualcosa a tale proposito su Internet. Parlavano di una velina, ehmm... Non sapevo ci fosse un'università. Come mai proprio là e non alla Bocconi, alla Sapienza?"

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4 commenti     1 recensioni    

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1 recensioni:

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  • Antonio Garganese il 02/01/2014 21:17
    Un racconto intelligente che sul filo dell'ironia racconta uno spaccato di verità solo italiana. Splendida la chiusa. Complimenti.

4 commenti:

  • loretta margherita citarei il 03/01/2014 04:54
    piaciutissimo complimenti
  • Maria Grazia Casella il 02/01/2014 22:38
    Grazie a tutti, soprattutto per il paragone con Checco Zalone. Avete centrato in pieno ciò che volevo esprimere. Un abbraccio
  • Antonio Garganese il 02/01/2014 21:18
    Intendevo dire uno scritto intelligente, scusa la ripetizione.
  • Ely xx il 02/01/2014 21:14
    Bello questo racconto, fluido e scorrevole. Ironico ma amaro nella sua- purtroppo- realtà. Mi fai venire in mente una battuta di Checco Zalone nel suo film Una bella giornata - quando dice alla ragazza magrebina: "Tu che fai qui a Milano studi?... ecco, in Italia non serve a un c****.". E purtroppo è così. I sacrifici sia degli studenti che dei genitori non sono minimamente proporzionali alle soddisfazioni occupazionali. Per fortuna che la cultura serve anche e soprattutto per se stessi. Brava.

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