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Il veterano

Da un certo momento in poi niente è andato dritto nella mia vita.
Nel piccolo paesino, dove sono nato e cresciuto, a poche verste da Velyevo le notizie da Mosca arrivavano con molto ritardo e quasi niente si sapeva di quello che succedeva all'estero.
Mio padre era un maniscalco e aveva la bottega sempre affollata di contadini petulanti che pretendevano che le loro bestie fossero ferrate prima delle altre.
Dopo la scuola primaria, anche io come gli altri due fratelli gemelli più grandi ho iniziato a lavorare della bottega di famiglia.
A me erano riservati i lavori più umili come portare il carbone per la forgia, l'acqua per abbeverare le bestie e azionare il mantice.
Avevo appena diciassette anni quando i miei fratelli sono partiti per fare il militare.
Nostra madre ha pianto tutta la notte perché aveva sentito dire che stavamo per entrare in guerra..
Io da un giorno ad un altro mi sono trovato a dover sostituire i due fratelli e imparare tutto quello che è necessario per ferrare un animale.
La Domenica pomeriggio andavo in paese a comprare qualcosa allo spaccio e mi fermavo più del dovuto per poter stare accanto a Irina, la figlia del negoziante.
Soltanto una volta, alla festa del paese, siamo rimasti un po' appartati a mangiare un dolcetto di zucchero e a scambiarci poche parole.
Un giorno sono rientrato a casa e ho visto mia madre piangere e mio padre molto serio; era scoppiata la guerra.
Non si sapeva niente dei miei fratelli e le giornate erano più cupe dell'inverno che imperversava sulla nostra pianura.
A primavera rientrò dal fronte un nostro conoscente ferito e ci disse di aver visto di recente Igor e Natanievic in buona salute.
In casa facemmo festa e si stappò una bottiglia di Vodka di quelle speciali.
La contentezza durò poco perché arrivò anche la mia cartolina di arruolamento.
Io non mi ero mai mosso dal paese se non per andare a piedi in quello vicino e il Pope mi disse che la caserma alla quale ero destinata distava migliaia di verste.
Ne paese vicino, sono salito per la prima volta su un treno e ho viaggiato per tre giorni e tre notti; alla fine siamo arrivati in una sperduta stazione in mezzo ad un bosco di betulle.
Ci hanno detto di scendere dal treno e incamminarci verso la caserma che distava qualche ora di cammino.
La caserma era un centro di addestramento per carristi e io sono stato indirizzato, visto il mio lavoro, alla sezione dei motoristi.
Dopo sei mesi di duro addestramento ho ricevuto un brevetto e sono stato destinato ad un altro centro per l'addestramento sul carro.
Il centro di addestramento era immenso ed era posto alla periferia di una città che non conoscevo.
Ci hanno fatto fare pratica su alcuni carri e, alla fine, io sono stato destinato ad un fiammante T34.

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1 commenti:

  • Chira il 11/01/2014 20:12
    Anche la follia della guerra può essere ricordata come "il momento più bello della propria vita" se è stato un periodo di crescita fattiva e sopratutto interiore. Il protagonista del racconto ha preso sul serio il proprio compito di soldato, ha imparato cose fino a quel momento sconosciute, si è prodigato completamente soffrendo fame, freddo e paura e dopo tanto tempo è rimasto semplice, sano e sereno. Un racconto che si discosta totalmente dalla "leggerezza" spesso autobiografica che ci si aspetta da Marcello, ma è stato una sorpresa bellissima.
    Chiara