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Le storie di carlo

Carlo era uno scapolo; un "putto" si sarebbe detto da quelle parti. Una condizione che mal sopportava e della quale se ne lamentava continuamente. Dapprima perché succube di sua madre; una donna forte e risoluta(a novant'anni faceva ancora la "pastella"), la quale non perdeva occasione per screditarlo e smontargli la stima di sé. Fondamentalmente lo considerava un ragazzone zuzzurellone e non c'era possibilità di appello. Poi, alla morte della madre, quando aveva già passato i sessantacinque, era tormentato dal pensiero che, con un eventuale matrimonio, avrebbe potuto perdere tutto quanto aveva messo insieme in una vita di sacrifici e parsimonia. Quando mi chiedeva se era meglio sposarsi o rimanere scapoli, io gli rispondevo con le parole di Socrate: -qualunque cosa tu faccia, rimpiangerai sempre l'altra-. Commentava con un "ecco!" ed io capivo di avergli offerto un altro alibi alla sua paludosa situazione. E così a Carlo non rimaneva che fare il cicisbeo con tutte le donne che gli capitavano a tiro, per poi tornarsene a casa e sentirsi solo.



Quando Carlo comprò, seppure a pochi soldi, casa, fienile e terre nel piccolo borgo di Poggiolrosso, tutti gli davano del matto. Il borgo era stato abbandonato già da diversi anni e i sassi cadevano a terra disordinati. Tutti gli rinfacciavano di aver comprato un rudere in un posto inculato e dimenticato dalla civilizzazione mentre la tendenza era progresso e urbanizzazione. A Carlo, però, interessavano i campi per farci il fieno sebbene fosse legato emotivamente a quella casa avendoci trascorso alcuni anni della sua infanzia. Perché ritornasse vivibile, la casa abbisognava di tempo e denaro, cose che Carlo non aveva. Così, un giorno si presentò al suo cospetto una più matta di lui, Silvana, a chiedergli di vendere. Una sera, una delle tante in cui veniva a trovarci, gli chiesi come mai aveva venduto a Silvana. La risposta arrivò solo sul momento di andarsene quando, dato fondo alla bottiglia di vino, Silvana dormiente sul divano, disse compiaciuto:- ma aveva due gambe!-. L'aver venduto a siffatte gambe, fece intendere, fu per lui motivo di orgoglio e prestigio fra quanti, contadini semi-montanari, vicini e confinanti, repressi e morigerati, gli rapportavano di cotanta visione.


Un pomeriggio, arrivando a Poggiolrosso, si trovò nel bel mezzo di un raduno New Age. La presenza di tutte quelle donne gli faceva brillare gli occhi. Strinse la mano ad una ad una accompagnando la stretta con una battuta od un complimento estemporaneo. Così guadagnò l'ortocentro della situazione e, con l'abilità di un conferenziere consumato, monopolizzò l'attenzione. Da buon talento naturale aveva fiutato nei convenuti il malessere della città e, così, iniziò a raccontare della prima volta che andò a trovare sua sorella a Sassuolo. Quando fu davanti a quel palazzo da torcicollo, si perse in un alveare di citofoni. Era pronto a rinunziare se non ci fosse stato l'intervento di un inquilino ad indicargli il bottone. Rispose sua sorella pregandolo di aspettare. Arrivò con un paio di ciabatte e Carlo ci mise un po' prima di convincersi a togliersi le scarpe. Presero l'ascensore ed arrivarono al piano. Mentre percorrevano il corridoio che portava all'appartamento, sua sorella gli intimava di parlare piano con l'indice ad incrociare le labbra. Varcata la porta, due pattini per muoversi in casa. Carlo stette cinque minuti poi rivolle le scarpe per andarsene. -Come si fa- si lamentava, -a vivere in quei loculi incerati?-.- Io, nell'arco della giornata, entro ed esco di casa cento volte, impazzirei a togliere e rimettere scarpe; poi, tutti quei piani, e se uno si scorda qualcosa o solo gli scappa da pisciare?- .-Io, quando sono fuori davanti casa, se mi scappa da pisciare, tiro fuori il "grillo"e piscio...-.

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1 commenti:

  • oissela il 31/01/2014 15:31
    Momenti di vita e tanta solitudine.
    Benvenuto.
    Oissela

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