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La stazione

Ero appena sceso dal treno e il mio orologio da taschino si era fermato. L'ora, di certo, non era delle migliori e il buio aveva invaso le strade con la sua solita noncuranza. In quella nuova stazione i lampioni sembravano scappare alla vista dell'oscurità.
Ero l'unico passeggero di quel treno e la cosa non mi stupì affatto. La stazione era tremendamente polverosa e l'avrei detta abbandonata se non avessi visto la biglietteria ancora aperta al cui interno sedeva un ometto magro e dal naso aquilino.
<Treno in partenza sul binario uno.> La monotona vocina della stazione annunciava così la partenza di un treno sull'unico binario presente in quel buco fuori dal mondo. Dovevo svolgere un importante lavoro e poi tornare via. Ogni minuto mettevo la mano in tasca pregando di trovare il biglietto che mi sarebbe servito al ritorno e puntualmente lo trovavo. Ero nervoso e mentre camminavo per la stazione in attesa del mio "cliente" tenevo occupata la mia testa con inutili discorsi. Per la strada non c'era anima viva e mi rallegrai di questo, non volevo di certo fare qualche brutta conoscenza. Tutte le persone mi ripetevano sempre che avrei dovuto evitare questo posto. Non era sicuro e gli abitanti di questo paese erano definiti "strani". Nessuno approfondiva mai quell'aggettivo, ma gli affari sono affari ed io non mi faccio intimidire da le stupide dicerie e poi di certo non mi sarei trovato davanti a delle mostruosità o a delle malvagie creature con sembianze umane. Potevo senza dubbio sopravvivere.
La mano nella tasca continuava a tenere il biglietto, poi, ecco la carrozza che senza rallentare fece scendere un ragazzo. I suoi vestiti completamente bianchi ed eleganti m'incuriosirono e pensai che probabilmente mi avevano raccontato un mucchio di balle su questo posto. Si avvicinò a me senza proferire parola e mi salutò con un cenno della testa. Non provai nemmeno a parlare e aspettai i suoi ordini. Indicò con avidità la valigetta che finora non avevo ancora menzionato, ero sceso dal treno, infatti, portando dietro di me una piccola valigia bianca con incise in oro le mie iniziali. Lui, ora, la indicava e ovviamente il contenuto di essa era l'oggetto del nostro affare.
Un nuovo treno passò alle mie spalle senza nemmeno fermarsi. Io e lui ci bloccammo, ci osservammo per qualche attimo, poi, il ragazzo, cacciò una mano nella sua tasca e tirò fuori il denaro che mi spettava. Consegnai quindi al ragazzo quella valigetta che fu aperta avidamente. Il ragazzo tirò fuori da essa una bottiglietta contenente un liquido verdognolo e mi osservò con un po' di timore. Mostrando il miglior sorriso che potessi fare lo incoraggiai e in pochi secondi ne scolò il contenuto. Subito dopo un forte attacco di vomito lo colpì e lo costrinse ad appoggiarsi al muro, poi, sorridendo, parlò:
<La ringrazio, non sono più muto e mi avete portato proprio quel genere di cose che volevo, ma ditemi, dove l'avete trovata?>
<Un noto cantante.> Dissi io con tono sicuro.
<L'avete ucciso?>
<Mi sembra ovvio e poi ho raccolto la sua voce in quella bottiglietta.> le mie parole mantennero un tono rigido e ben controllato.

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1 recensioni:

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  • Anonimo il 09/04/2014 14:45
    Un racconto surreale, con diversi elementi di verità. Lo trovo molto ben scritto, piacevole e scorrevole. Complimenti!

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