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Prologo

Era una gelida giornata d'inverno quando decisi di voler attraversare quel bosco che tanto mi incuriosiva, quello che si trovava dietro la spiaggia dell'isola di Mayland, dove abitavo con mia nonna e mia sorella minore Juditte.
Erano appena le sei ma, per non farmi scoprire da nonna e da Juditte, era già fin troppo tardi. Mi lavai, mi vestii e cautamente mi avvicinai alla porta. Mi sentii chiamare.
-Alexia- era Juditte.
-Cosa c'è Juditte?-
-Niente.-
-E perché sei sveglia a quest'ora? È presto.-
-Ho avuto un incubo, sono venuta in camera tua ma non c'eri, volevo solo un abbraccio.- mi sciolsi. La sua voce calda e non molto acuta mi fece addolcire il cuore. Mi avvicinai e la strinsi a me.
-Dove stai andando?- chiese incuriosita.
-In spiaggia, torno verso le otto, per la colazione.- dissi, mentre le stampavo un bacio sulla fronte.
Accennò un sorriso.
Ricambiai e chiusi la porta dietro di me.
Erano passati dieci minuti, ma sapevo che per arrivare alla spiaggia ci voleva altrettanto tempo. Ero troppo eccitata e incuriosita, tanto che iniziai a correre rischiando di inciampare tra i sassi.
Ero arrivata in spiaggia, avevo il fiatone. Mi distesi sulla sabbia fredda e fissai il cielo ancora scuro.
Erano passati circa cinque minuti, penso. Mi alzai e iniziai a correre verso la fine della spiaggia. Vi era una rete metallica, molto alta ma non molto spessa.
Provai ad arrampicarmi, ma arrivata ad una certa altezza, le mie mani stavano bruciando poiché troppo forte era la stretta che avevo utilizzato per arrampicarmi.
Scesi giù con un salto, affondando le scarpe nella sabbia.
La rete si estendeva per circa venti metri e ai due poli vi erano due alberi. Oltre questi ultimi e la rete metallica non vi era altro modo per raggiungere i boschi, così decisi di arrampicarmi su uno dei due alberi. Erano comunque alti, ma sicuramente erano più spessi della rete metallica e nonostante non fossi in grado di arrampicarmi riuscii ad arrivare dall'altro lato.
Era un posto fantastico: c'erano innumerevoli e altissimi alberi.
Camminai per una ventina o una trentina di metri e arrivai ad un laghetto, molto molto piccolo, niente in confronto al mare. Ero assetata quindi, incurante, bevvi finché la gola non si rinfrescò.
Era un posto molto silenzioso, non come il centro urbano di Keyville, anzi era tutt'altro. Era un posto dove regnava la tranquillità.
Mi fermai a pensare a non so cosa e a fissare il vuoto, quando mi accorsi che sulla sponda opposta del piccolo lago vi erano degli oggetti. Mi alzai e mi incamminai: erano un arco, una faretra con delle frecce, lacci per trappole e un'arma da fuoco per cacciare. Mi inginocchiai per osservarli meglio da vicino. Ero incantata da quegli oggetti che avevo visto solo nella cantina di papà. Me li fece vedere lui, quando era in vita.

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1 commenti:

  • Ellebi il 21/04/2014 01:41
    Come inizio non c'è male. Buona Pasqua

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