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Mi piace la pasta dò puveriello

La notte il caldo era opprimente, ti rubava l'aria, marciva di sudore la pelle. Quando mammà chiudeva le due ante di legno rugoso e decrepito, dopo aver buttato sui sassi del selciato l'acqua sporca d'urina, sprangava e, strisciando i piedi nelle vecchie ciabatte, se ne andava ad occupare la fossa di quel vecchio materasso dove dormivano i miei fratelli più piccoli. Appena un triste saluto della buonanotte ed ognuno taceva in attesa che il sonno fregasse il caldo che serrava la gola. Poi sentivi il respiro regolare dei piccirilli e di mia madre che non doveva chiedersi se avrebbe tardato a dormire, tanto era avvilita e stanca morta. La gente lottava per vivere durante il giorno e poi rantolava la notte per soffrire una dannazione eterna. Lo stomaco brontolava in modo indecente ed io me lo sentivo così infossato da credere veramente che avessi una grande cavità, come una grotta dove l'eco riportava le grida dei morsi della fame. Avevo mangiato? Non me lo ricordavo. Sì, un piatto di spaghetti al profumo di mare che arrivava dalla spiaggia, diviso tra tante bocche che masticavano piano, piano, come diceva mammà, per dimenticare la fame. Il sudore aveva inzuppato il lenzuolo che contava buchi e inutili rattoppi, troppo liso per dirsi un lenzuolo, ma faceva parte del corredo da sposa di mammà che s'era maritata ( ma era in verità scappata da casa) a 14 anni con Ciro, mio padre di quattro anni più vecchio di lei. Sì, perchè era veramente vecchio per la fatica di ogni giorno, per lo spezzarsi la schiena a scaricare casse di frutta o di pesce, per l'amore che provava ogni notte per sua moglie, senza doverle dire che moriva dalla voglia di lasciarsi andare, stanco di fatiari. Come faccio a dire queste cose? Mammà gli leggeva negli occhi il suo dolore, lo ingoiava come veleno e fingeva di godere perchè lui si sentisse uomo. Mi raccontava della sua vita perchè ero il figlio grande e mi diceva di amare lei, mio padre e i miei fratelli, dato che l'amore era l'unico bene prezioso che possedevamo.
Quando passo oggi per quel vicolo, la porta di quell'unico vano, che era la mia casa, si apre in una bottega di ferramenta che odora ancora di povertà e del tanfo della miseria.

 

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5 commenti     3 recensioni    

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3 recensioni:

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  • Auro Lezzi il 22/06/2014 10:07
    Come sta a guardà da na finestrella.
  • Anonimo il 30/04/2014 14:15
    Credo che il vissuto non si possa improvvisare. Ed è per questo che questo racconto riesce a far rivivere sensazioni che sanno di vero, di vissuto.
    Molto bello!
  • Anonimo il 28/04/2014 10:34
    Chi sa raccontare, rivive ciò che ha veramente vissuto e lo fa vivere anche a chi legge. Chi non sa farlo, pettegola.

5 commenti:

  • Carmine Impagnatiello il 19/06/2014 16:02
    Ti ringrazio ancora per la tua cortese attenzione.
    Ciao, Paola.
  • Paola il 19/06/2014 14:58
    Mi é piaciuto moltissimo, hai talento per raccontare la verità nuda e cruda con piglio romantico!
  • Carmine Impagnatiello il 28/04/2014 19:28
    Modestamente orgoglioso dei vostri commenti.
    Grazie assai
  • gianni castagneri il 28/04/2014 10:49
    vedo che tanto per cambiare il mio commento non e' stato pubblicato... ma che cacchio succede su questo sito?... comunque ti stavo semplicemente facendo i complimenti... un racconto veramente bello e sentito!
  • gianni castagneri il 28/04/2014 10:47

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