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Io di fronte a me

Quella ripidissima scala, che conduceva alla stanza della musica pregata del Monkey Temple, mi stava spezzando le ginocchia e sui quadricipiti ci potevo friggere le uova.
— Fanculo a tutte le religioni del mondo! —
 riflettevo mentre salivo, incazzato con le facce demoniache di due statue leonine che mi osservavano dalla sua cima irraggiungibile, e che erano per me la prova della truffa salmodiata che faceva leva sull'atavica paura dell'ignoto. Ero un anarchico allora, con un'idea della libertà che non è mai cambiata, in tutti questi anni di tentativi di piantarle dentro le unghie. Solo che la Libertà Assoluta io la concepivo come fosse relativa e immediatamente applicabile alla mia vita.
Vivevo lì, un po' lontano da Swayambhu, in un loculo di fango senza mobili, con una stuoia in terra che spruzzavo ogni tanto di DDT cancerogeno, intuendo lo sguardo in aspettativa delle pulci, a miliardi e abituate al veleno, che speravano fossi io a morire per primo, così da potermi divorare senza fretta.
In Italia ero un disegnatore tecnico, al mio esordio, nel campo dei radar e degli apparecchi di telecomunicazione prodotti dalla Face Standard e ITT Americana, poi all'Alfa Romeo di Milano, dove disegnavo modifiche alle auto e codificavo nuovi disegni, trafficando con così tanti numeri che non mi licenziai neppure, fuggii e basta. La mia fu una vera fuga dai numeri, che allora detestavo, perché a me piace ancora disegnare. Io sono un disegnatore nato, e ora anche un apprendista studioso di matematica.
In Nepal, invece, mi guadagnavo da vivere spacciando hashish e marijuana ai turisti, da sotto ai miei lunghi capelli lisci che parevano ricci per i pidocchi che li filavano impazienti e voraci, e anche perché non avevo il coraggio di lavarmi, gettandomi nudo sotto al getto enorme che sboccava da un drago in pietra, in una vasca di cemento e pietre, enorme e gelida, piena di gente in fila sotto zero (era inverno), che rotolava in terra per la violenza del getto sotto al quale passavano correndo; un getto d'acqua che tentava di sciacquarti via anche la vita. Così sollevavo il ghiaccio sulla superficie di una botte che raccoglieva l'acqua piovana, a lato della cuccia dove dormivo, che era culla di larve ibernate di esserini indecifrabili e mi sciacquavo appena, col turbidume marcescente che ondeggiava sotto.
Avevo stretto amicizia con un francese di nome Patrick, più mingherlino di me e più sveglio, col quale conversavo in Inglese perché il Francese l'ho imparato dopo. Trafficavamo insieme e ci stravolgevamo con lo spirito di ragazzini che giocano. Lui era di Parigi, un po' più intellettualoide di me che tutti consideravano un violento che litigava con tutti, a causa di qualche rissa avuta coi Nepalesi, i quali non sono miti e accomodanti come gli Indiani. Io ero di Quarto Oggiaro e lì picchiarsi era normale se non si voleva essere messi brutalmente sotto. Ero pure un karateka allenato, per avere appreso questa arte in anni di lavoro sul tatami, da ragazzino, ma non ne rispettavo rigorosamente i principi di pace e serenità. Per questi fatti eravamo spesso in polemica e lui aveva la deprecabile convinzione che fosse suo dovere abbandonarmi, da solo, in mezzo alle risse. E quando si traffica, non coi numeri, i litigi ci sono. Qualche tempo più tardi queste mie attitudini mi condussero dritto al carcere di Kathmandu.

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1 recensioni:

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  • Vincenzo Capitanucci il 17/05/2014 10:20
    Q... Questo è il Massimo che mi piace anche se è un po' lunghetto come un trip che non finisce mai.. per dirvi che l'uomo non è ancora uscito dal Tempio delle Scimmie.. ed è ancora incapace di fare ricalchi giusti..

1 commenti:

  • marilena il 16/06/2014 17:42
    molto interessante! lo rileggerò anche se la descrizione mi ha siscitato ansia per quei due ragazzi, le immagini sono decisamente complesse, non avevo avuto mai occasione di poter penetrare un tale viaggio!

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