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La pubblicità: commercio di anime

È la prima volta che mi capita di non disfare la valigia. La guardo da lontano come se ne avessi paura. Non so come, ma so il perché: stavolta è diverso. Non ho portato indietro niente di più di quello che ci ho messo, eppure pesava come un macigno. Anni di girovagare alla ricerca di un punto, fermo e stabile, in cui poter dire, finalmente: "ecco, questo è il posto giusto"; non un punto di arrivo, ma almeno una sosta adeguata. Quando ho scelto questo lavoro sapevo bene a cosa andavo incontro: ogni sogno ha un prezzo, ma il mio sta costando un po' troppo. Dicono che la pubblicità sia l'anima del commercio, ma non c'è niente di più falso. La pubblicità è commercio di anime: irretite, usate, consumate e gettate via. Ne ho avuto conferma in questo mio viaggio. Esito positivo, niente da dire, ma tante riflessioni su cui lavorare. Sono creativa, mi piace esprimermi a parole e ancor più con immagini, mi piace traslare su carta, o video, quelli che possono essere i desideri del consumatore, ma non mi abituerò mai all'inganno che questo comporta. Il lavoro è lavoro, concordo, e di questi tempi non c'è da recriminare: ma siamo tutti in vendita al miglior offerente, per soldi, per prestigio, per gratificazione, fate voi. Siamo anime, appunto, commerciabili. Io stessa ne sono artefice: crearmi un nome "d'arte" ambiguo, che traesse in fallo (passatemi il termine volutamente sessista) gli interlocutori, da far pensare fossi uomo, non fa di me una "migliore" del caso. E questo, a lungo andare, pesa. Ne senti il peso nelle parole ambigue, nei doppi sensi, negli sguardi di traverso che ti lanciano tra una foto e un articolo, esaminati frettolosamente perché c'è altro da guardare, e tu sai bene che non è il brief ma la tua quarta misura. Ti pesa quando ottieni quello che vuoi, consapevole di quanto vali, ma che ha sempre uno strano sapore: un amaro in bocca che sa di tacco sedici e non di scarpe da ginnastica, perché con quelle, per loro, non saresti all'altezza; troppo comode e, con loro, non si viaggia mai comodi. Te lo porti indietro ad ogni viaggio, quando arrivi a casa, a quella che fai in tempo a chiamare così per non sai ancora quanti giorni; lo stivi in valigia, in quella che ora riposa nel tuo letto, in attesa non sa bene di cosa. E te lo porti dentro ad ogni passo, fatto e disfatto, in ogni andata e ritorno: ma in nome di cosa, ancora non sai.

 

l'autore Greca Cadeddu ha riportato queste note sull'opera

di ritorno da Hong Kong


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2 commenti     2 recensioni    

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2 recensioni:

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  • eleonora il 20/05/2014 09:59
    mi dai conferma di quello che vedo ogni giorno e che ho sempre pensato. a questo mondo nessuno è soddisfatto. apparire conta più che essere. tutto vero quello che dici e tutto molto triste.
  • Rocco Michele LETTINI il 20/05/2014 08:36
    La pubblicità è commercio di anime: irretite, usate, consumate e gettate via.
    HAI FOCALIZZATO NITIDAMENTE CIO' CHE VESTE "il fenomenologizzarsi" QUOTIDIANO... SERENA GIORNATA

2 commenti:

  • Anonimo il 24/05/2014 04:59
    carino scritto molto bene complimenti. soggetto molto originale
  • Greca Cadeddu il 21/05/2014 06:42
    Grazie, buona giornata Namaste

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