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Serie Iberhial: Faccia Bianca (Parte 2 - L'ora della violenza

Mi portai le mani davanti alla bocca. Possibile che fosse stato quella specie di Faccia Bianca?
Era solo un visione, per la miseria! Ma allora... Poi, il pensiero di Silvia. Dovevo assolutamente andare da lei.
Uscii di casa e corsi verso il parco. Per quale ragione lo sto facendo? Se ha saputo del fratello non verrà di certo. Ma non vorrei sentirmi in colpa per non aver fatto niente.
Arrivato al parco la cercai con lo sguardo: la riconobbi, seduta nella stessa panchina di ieri. La raggiunsi correndo, rischiando di travolgere varie persone che passeggiavano.
Quando la raggiunsi mi vide e sorrise. Ancora non sapeva...
Proprio a me tocca dirle del fratello...
-Silvia!- La chiamai dopo averla raggiunta.
-Cos'hai?- Mi chiese, vedendomi agitato.
-Non l'hai ancora saputo?!-
-Cosa devo sapere?-
-Tuo fratello...- Dissi un po' ansimante. -È stato aggredito stanotte! In ospedale stava lottando con la morte e...-
Il suo volto si spaventò, all'inizio regna l'incredulità. Ma vede i miei occhi... Capisce che non è uno scherzo.
-No! Non può essere morto...-
Mi abbracciò piangendo, stavolta ha una vera ragione per farlo. Mi ricordai quello che avevo provato io quando mi dissero di mia sorella. La stessa morte, lo stesso incredulo dramma. La stessa disperazione. L'abbracciai forte, sentendomi male per lei... Le rimasi vicino.
Ma per qualcuno lo ero troppo.
Dopo qualche secondo sentii delle mani prendermi dietro le spalle. Vidi due uomini ben vestiti e piuttosto grossi. Ci dividono: uno di loro tiene stretta Silvia, l'altro mi gettò a terra colpendomi più volte. Sentii gli strilli di Silvia che cercava di fermarli, e della gente intorno che osservava la scena. Ma nessuno fece nulla. Intanto ne arrivarono degli altri; mi pestarono a forza di calci, sentivo dolori da tutte le parti. Poi mi presero e mi sbatterono in una macchina molto lussuosa, mi venne un sospetto su chi potevano essere.
Non vedevo più Silvia: ma sentii uno di loro che, durante il tragitto, m'insultava più volte, colpendomi.
Dopo un tempo che sembrò un'eternità mi fecero scendere di forza trascinandomi dentro un garage di una grande casa. Una villa grande e bianca con un giardino largo e diverse specie di alberi. Mentre venivo portato in garage vidi una urlante Silvia trascinata verso la porta principale della villa. All'interno del garage mi sbatterono a terra senza troppi complimenti. Pochi secondi dopo vidi delle scarpe marroni che già conoscevo. Alzai lo sguardo: di fronte a me c'era lui. Bill Callar, il "Dio Industriale", la sua freddezza si era trasformata in odio. Lo sapevo, perché io provavo la stessa cosa per lui. Non per la figlia, ma per lui sì...
-In piedi!- Mi urlò, chinandosi su di me, prendendomi per la camicia. Sentivo delle dolorose fitte in tutto il corpo.
-In piedi maledetto bastardo! Assassino schifoso! Ho capito quello che hai fatto! Giocavo a questo gioco prima che tu nascessi!-

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