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La chiacchiera

Al mattino presto se ne sta seduto sull'unico gradino dell'unica stanza del suo squallido fondaco. Non ha niente da fare, a sessant'anni, e storpio com'è alla nascita a causa di una mammana disgraziata e frettolosa. Sua madre l'aveva accolto come un dono benedetto del Signore, unico figlio vivo tra quelli che aveva abortito. Ciro U Straccivendolo aveva campato tirandosi dietro la gamba malata e il carrettino degli stracci, girando sempre per quei vicoli dove la luce del sole giocava a nascondino tra i tetti, le pareti scrostate delle casupole e i logori panni appesi ad asciugare. Una vita di stenti generosa con lui di qualche spicciolo per comprare pane e vino. La madre era morta di un male incurabile e il padre s'era accorto d'essere pazzo come suo fratello che credeva d'essere il re di Napoli.
Dapprima cosciente della sua follia, poi disperso nei meandri dei fasti della corte di cui diceva d'essere Gran Ciambellano. Ciro si è dimenticato del padre rinchiuso tra gli altri matti a recitare la sua parte nella tragedia della vita, e vive ora a ripensare al suo triste arrancare, ogni mattina dall'alba al tramonto, per arrotare i sassi con le ruote sbilenche del carretto e per far sentire alle comari il grido stridulo della sua voce.
So di trovarlo sempre lì a ruotare gli occhi al cielo come se vedesse Dio e gli angeli, illuso di ricevere una improvvisa benedizione che accorci la sua vita e gli faccia toccare in sorte il premio tanto desiderato: rivedere a mamma sua che gli stirava col pettine d'osso i suoi riccioli ribelli. Ma non è ancora tempo propizio per lui, deve contare di nuovo i mattoni delle case della viuzza perchè ha la memoria corta e si ferma al numero dieci come dieci sono i denti che gli sono rimasti in bocca. Ciro muove la mano destra di continuo, come se cacciasse le mosche dagli occhi che lacrimano, ma in realtà è l'eredità di un gesto che compiva per fare eco alla sua stridula voce nell'avvisare le donne del suo arrivo.
Anche stamattina l'ho salutato augurandogli buongiorno ed è sobbalzato sul gradino, spaventato dalla voce che lo riporta alla sua triste realtà. Mi guarda allora dietro il velo delle lacrime e mi saluta a modo suo: " All'anima di chi t'è muorto!".

 

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5 commenti     3 recensioni    

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3 recensioni:

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  • Stanislao Mounlisky il 30/03/2015 20:18
    In poche righe Carmine sa creare delle maschere straordinarie. E non dite che è facile perchè Napoli è proprio così, piena di personaggi che sono maschere nate. Non è facile...è proprio Carmine che è bravo
  • Anonimo il 17/07/2014 19:44
    Sono triste e allegra allo stesso tempo. Sai descrivere la realtà nelle sue molteplici sfumature e c'è una grande vitalità nei tuoi personaggi. Bravissimo!
  • Auro Lezzi il 22/06/2014 10:02
    È na guduria sto racconto.. Alla Carminiello ovviamente.

5 commenti:

  • oissela il 19/09/2014 15:59
    Squarci di vera poesia in un brano che si fa rileggere volentieri.
    Oissela
  • silvana capelli il 08/07/2014 12:37
    Una storia di tante storie vere, purtroppo!
    Bravo! Un caro saluto ciao!
  • Chira il 22/06/2014 11:33
    Si, bello bello questo tuo narrare. Poesia nella prosa per un UOMO.
    Chiara
  • Carmine Impagnatiello il 22/06/2014 09:45
    Signor Vincenzo,
    siete in errore. A furia di leggere gli aforismi di Massimo Vaj, avete creduto che questo racconto è opera sua. Mi dispiace che vi condizioni a tal punto, però l'autore sono io Carmine Impagnatiello.
    Comunque un grazie ve lo meritate.
  • Vincenzo Capitanucci il 22/06/2014 09:27
    la benedizione sta in quel decimo mattone... in quel decimo dente... e quella mancanza di memoria è quasi una eredità... a non contare oltre... quel buongiorno è una voce che lo scuote... quasi che lo prende in giro... e riporta il sogno nella sua triste realtà di cenci...
    ...
    molto bello Massimo...

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