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Il mio posto di lavoro

Non era certamente un posto di riguardo, il mio. Spingendomi con la schiena e le gambe sottilmente verso destra e sinistra, mi cullavo sulla seggiola rotante e sul suo morbido cuscino in pelle, quasi fossi su un'amaca indiana. Le dita scorrevano pigre e appesantite sui leggeri tasti che avevo dinanzi, ove s'era abbarbicata, a qualche distanza ravvicinatissima, una mela. Eppure, quel posto non era di riguardo. Spesso gli spifferi acri e maleodoranti che provenivano da Carlo raggiungevano timidi le mie nari, oppure il venticello d'inverno s'affossava tra i solchi delle tapparelle scartabellandomi le orecchie e la nuca.
Più che spesso, un quadrato di sole diagonale tagliava lo schermo a metà, costringendomi ad abbassare nuovamente le persiane. Ma tutto ciò non era nulla in confronto agli strappi. Sì. Gli strappi.
Gli strappi continui, incessanti, della carta igienica che dalla mia posizione privilegiata ero costretto a quantificare, ogni volta che qualcuno era adagiato nel bagno di là. Le mie orecchie sensibilissime, capaci di cogliere ogni minima sfumatura del suono, erano tese e dure nell'immaginare lo sdrucciolìo rugoso di quella carta tra le intimità sporche dei miei colleghi. Le gassosità sforzate, i cicalini gocciolosi, i tuffetti cadenzati delle loro necessità corporali erano amplificate come in una grossa cassa di risonanza. A nulla sarebbe servito infilarmi con un dito i lobi in sù o canticchiare allegre arie con l'intento di mascherarle. Ero costretto al supplizio d'ufficio.
Se qualcuno varcava decorosamente la soglia cercavo un pretesto per alzarmi anch'io ed evitarmi la tortura che di lì a poco mi attendeva. Ma non andava sempre bene. E così giù di saette e tuoni coriacei, tonfetti secchi o scariche paurose, da film dell'orrore. E dopo aver invano cercato un appiglio zen a cui aggrapparmi, arrivava lei, la carta igienica. Un rotolo industriale di forma ciambelloidale che veniva spostato senza alcuna grazia oltre la porta e poi sbattuto pesantemente sul davanzale. Riuscivo perfino a percepire l'attimo in cui il respiro sollevato del collega di turno si smorzava, e la carta e il suo sfregamento si facevano più ritmici e concitati. Non era un posto di riguardo, il mio. No, non lo era affatto.

 

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