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Incastro imperfetto

Poche cose lo facevano stare bene come osservare l'alba. Sentiva di avere molto in comune con quel passaggio silenzioso, invisibile. Colori incerti, sfumati, quasi ambigui. La coltre umida, tipica di questi luoghi accresceva la bellezza di quelle immagini. Gli piaceva aspettare il risveglio della città, godersi i primi suoni che si sarebbero presto trasformati in rumori. Osservare la vita stando in disparte ti regala quasi la sensazione di dominarla. Guardava la finestra di fronte, sapeva che si sarebbe aperta puntuale. Non poteva sottrarsi dal guardare, pochi metri in linea d'aria. Lei era lì, i loro occhi si incrociavano, ogni tanto un sorriso che sembrava andare oltre la semplice cortesia. Per fortuna con l'esperienza aveva imparato a non trarre conclusioni affrettate. C'era qualcosa di familiare in quel volto, nonostante gli sforzi però non riusciva a trovare nessun collegamento. Erano trascorsi secoli dall'ultima volta che era tornato, a quel tempo se anche si fossero incontrati... col passare dei giorni quegli sguardi erano diventati più di una piacevole abitudine. Non mancavano le occasioni, capitava spesso che si incontrassero, in edicola, al supermercato, al parco ma avevano sempre evitato di parlarsi. Il solito scambio di sorrisi e niente più. Era tornato da poco e già si stava chiedendo il perché di quella scelta. L'entusiasmo era svanito subito, tutte le cose che sembrava dovessero riempirgli la vita, adesso lo lasciavano quasi indifferente. Anche la casa dove aveva vissuto la sua adolescenza gli era quasi estranea. D'altronde era cambiato quasi tutto, una volta la sua era una villetta isolata, grandi spazi, terreni quasi incolti. Adesso era circondata da palazzi e villette a schiera che l'avevano resa quasi irriconoscibile. Era piacevole salire in soffitta, rovistare tra quelle cianfrusaglie, scoprire qualche oggetto della sua vita precedente ma anche i ricordi erano superficiali, immagini sfocate che svanivano in fretta. La cronaca di un passato che sembrava voler rimanere tale. Viveva sospeso tra ciò che aveva lasciato e un presente ricco solo di insofferenze. Non riusciva ad accettare quella situazione, era abituato a non farsi troppe domande, non aveva mai avuto rimpianti e il solo pensiero di cominciare lo faceva star male. Essere in grado di ragionare lucidamente non lo aiutava però ad affrontare una irritazione crescente, soprattutto verso se stesso. Non mi sono mai piaciuti i bilanci, richiedono precisione, razionalità, hanno un che di definitivo. Non lasciano scampo. Un timore che mi accompagna da sempre. Hai successo e ti chiedi fino a quando durerà. Anche il desiderio più forte si smorza appena lo realizzi. Lord Byron diceva che c'è sempre qualcosa che ti impedisce di godere la gioia fino in fondo. Forse la vita è solamente una continua rincorsa. La vita non è quasi mai un incastro perfetto. Aveva sempre associato la vecchiaia al riposo. Il momento dove potersi dedicare a tutto quello che aveva dovuto lasciare per strada. Aveva scelto di smettere di correre prima di perdere la sua indipendenza. Capisci quanto il potere sia incompatibile con la libertà solo quando rischi di perderla. E allora? Quel momento è adesso. Cosa stai aspettando? Si stava rendendo conto che il tempo cambia la percezione, i gesti, la prospettiva. Il tempo condiziona i pensieri. Quando i ricordi, seppure disordinati, cominciano ad accompagnarti con continuità è difficile guardare al futuro. Le passeggiate sul fiume per sfuggire ai luoghi affollati lo riportavano indietro negli anni ma adesso non gli regalavano la serenità di una volta. Osservava la vita che gli scorreva intorno senza riuscire a coglierne l'essenza. Non era abituato a subire, aveva sempre accettato le sfide anche quando sapeva di non poter vincere. Ora però ... Quando stava a Roma dava la colpa agli spazi infiniti di una città imprigionata nella propria grandezza, qui subiva l'esatto contrario. Non è quasi mai il palcoscenico a condizionare la recita. Eppure aveva tutto quello che credeva di volere, prestigio, benessere, aveva vissuto nei luoghi che aveva sempre sognato. Aveva conosciuto donne bellissime, colte, brillanti. Le donne... il plurale era d'obbligo considerando che faticava a ricordare anche soltanto il nome. L'unica donna che avesse contato davvero l'aveva scambiata con tutto questo e si era sempre imposto di non fare paragoni. Aveva fatto di tutto per cancellarla. Anche cercava di evitare i luoghi che li avevano visti insieme. Una sera camminando senza meta si era trovato davanti al cancello aperto del cimitero, gli sembrò un segno. Entrò, e nonostante il buio, si avventurò tra i sentieri. Le tombe quasi tutte illuminate dalla luce fioca dei lampioni mostravano facce e nomi. C'era anche suo padre, la foto in bianco e nero, nonostante i segni del tempo, mostrava l'immagine che lui aveva conservato: l'immancabile vestito grigio, camicia bianca e la cravatta con quel nodo che lo aveva sempre fatto sorridere. Lo immaginava mentre impettito davanti allo specchio armeggiava con il colletto e gli raccontava la storia di Scappino, l'uomo che aveva dato il nome a quel nodo. Uno dei pionieri del Made in Italy, una storia quasi sempre accompagnata da ricordi di miseria, povertà e riscatto. La pace era assoluta, i rumori lontani che ogni tanto rompevano il silenzio sembravano accompagnare una realtà invisibile ma vitale. Episodi dimenticati cominciarono a prendere forma, incrociò gli occhi della maestra, si fermò convinto che lo avrebbe chiamato per sistemargli il grembiule e accarezzargli i capelli. Un gesto mai dimenticato. Camminava accompagnato da volti noti e altri sconosciuti, gli sembrava di essere scortato, una sensazione piacevole. Il buio non lo scoraggiava, al contrario sembrava proteggerlo. Facendosi largo tra un'ala del grande angelo di marmo e una pianta carica di rugiada, riuscì a scorgere il sorriso di lei. Era combattuto se scacciarne l'immagine o dare libero sfogo a ricordi per troppo tempo soffocati. Rimase immobile a fissarla per un tempo che gli sembrò lunghissimo, solamente mentre se ne stava andando colse la straordinaria somiglianza con la ragazza che era riuscita a destare il suo interesse. Ecco la risposta alle tante domande, ecco perché tutto gli era sembrato così familiare. Per un momento trattenne il respiro ma, dopo poche riflessioni si rilassò, non poteva essere sua figlia. I tempi non erano compatibili, troppo scarto, non conosceva l'età esatta della ragazza ma non ci potevano essere dubbi. Adesso non poteva più domare i ricordi, gli sembrava di rivivere il momento in cui le aveva comunicato che sarebbe partito per non tornare più. Ricordava quelle lacrime piene di silenzio, quel dolore che lui metteva a tacere con l'ambizione. Non l'aveva più rivista. Sua madre lo aveva informato della sua morte, aveva reagito pescando dalla sua inesauribile riserva di silenzi. Il buio di un cimitero e il sorriso mostrato da una foto possono scavare a profondità impensabili. Nemmeno adesso però trovava quelle certezze che sembrava agognare. Non aveva difficoltà ad ammettere le sue contraddizioni, era sempre stato convinto che è la natura stessa a coltivarle, a impreziosirle. Si sorprese a pensare ai cespugli colmi di fiori bianchi che nascono spontanei ai bordi delle strade, cespi che sembrano sfidare i tubi di scappamento e più le auto sono potenti e più la natura si diverte, gioca e gode delle sue contraddizioni. E gli uomini? Gli uomini devono scegliere se marciare ordinati o rischiare di perdersi esplorando terreni meno agevoli. Quella scoperta lo aveva sconvolto. La voglia di conoscere quella ragazza contrastava con il buonsenso. Cosa poteva dirle, soprattutto cosa poteva aspettarsi. I buoni propositi però si scontravano con un'attrazione crescente, quasi incontrollabile. Aveva fatto in modo di incontrarla il meno possibile, usciva in orari diversi, evitava i luoghi abituali ma continuava a osservarla, anzi a spiarla nella sua vita quotidiana. Sfruttava ogni fessura dove poteva scorgerne anche solo una parte. Gli veniva spontaneo chiedersi se stesse aggrappandosi al presente per non seppellire il passato un'altra volta. Era una domanda ipocrita, qualsiasi risposta si fosse dato non avrebbe modificato il suo comportamento. Spesso al mattino non si toglieva nemmeno il pigiama, si sedeva sullo sgabello e fissava la finestra di fronte. Lisa aveva trent'anni, forse meno, lui sessanta. Era la reincarnazione del suo errore più grande, il solo guardarla gli procurava una vitalità nuova. Si vergognava di quell'invasione quasi violenta nella vita di una sconosciuta, ma non poteva farne a meno. I giorni passavano, nemmeno li contava più, quando la incontrava evitava quasi di guardarla, non le sorrideva nemmeno più per timore di incoraggiarla. Non voleva conoscerla, voleva vivere di nascosto la sua vita. Immaginare di poterne far parte. Una sera la finestra della camera da letto rimase aperta quel tanto da permettergli di vederla spogliarsi, un'immagine quasi sfocata, una nudità solo percepita. Ebbe l'impressione di aver incrociato il suo sguardo e ne ebbe la conferma il giorno dopo vedendola arrossire alla cassa del supermercato. Corse a casa con la paura che tutto potesse finire lì, un'ansia che gli toglieva il respiro. Attese la sera con impazienza e provò una gioia infantile quando la vide nello stesso raggio di luce della sera precedente, anzi la visuale era più nitida, come se lei facesse in modo da favorirgli la vista. Mentre seguiva quel pensiero lei si affacciò e chiuse la finestra regalandogli la vista dei suoi seni nudi. Un sorriso forse solo immaginato e una notte passata a rincorrere quella figura che la cornice improvvisata della finestra rendeva ancora più preziosa. Un desiderio che non aveva mai provato prima. Divenne un appuntamento quasi fisso, gesti consapevoli, mai sfacciati. Un offrirsi quasi di nascosto. Quando la luce si spegneva, si vestiva e usciva. Lunghe passeggiate nella notte, ombre a cui dare forme e pensieri che si arrampicavano sempre più in alto. Una sera la finestra non si illuminò, aspettò a lungo. Una sensazione di vuoto, di paura. Stava preparandosi per la solita passeggiata quando suonò il campanello. Ebbe la percezione esatta di quello che stava per succedere, aprì la porta e se la trovò davanti. Attimi lunghi un'eternità."Mi fai entrare?" Si spostò restando in silenzio, sapeva che non sarebbe stato lui a decidere, sbirciò dalla finestra quasi a voler controllare che lei non fosse al solito posto. Il viso di Lisa sfiorò quello dell'uomo, quasi ad annusarlo e gli prese la mano. Un amplesso duro, feroce, una forza inaspettata in quel corpo abbastanza minuto, sembrava volergli far male. Tremava, era bollente, la pelle sudata attraeva la poca luce della stanza, lo morse e lui reagì urlando. L'orgasmo concluse quella sofferenza."Ho sessant'anni, tu la metà. Ne valeva la pena?""Di anni ne fai sessantuno tra undici giorni. Pezzo di merda. So tutto di te. Mio padre ha dovuto combattere con il tuo fantasma per tutta la vita e quando si è accorto di non potercela fare...". Non concluse la frase. La guardò mentre si rivestiva, nonostante la confusione che aveva in testa non poteva impedirsi di ammirare quelle gambe perfette, quei fianchi morbidi. Adesso la sua bellezza si mostrava senza ostacoli, non c'era nulla a nasconderla. Se possibile era ancora più bella di sua madre. Per un attimo le due figure si sovrapposero. Un attimo che quasi gli tolse il fiato. Si infilò gli stivali e mentre se ne andava a voce bassissima: "Mi chiedi perché? Perché ti odio, è tutta la vita che sogno di farti del male e adesso...". Nemmeno questa volta terminò la frase. Il campanello suonò ancora. Aveva smesso di osservarla, di spiarla. Avrebbe voluto vivere quella storia con la fantasia, una storia fatta di immagini, di sogni, di illusioni. Voleva vivere la propria vita in modo diverso, mescolandola con quella di lei. Quel suono del campanello aveva rotto l'incantesimo e adesso la cosa si mostrava in tutta la sua assurdità. Un'assurdità a cui non voleva rinunciare. Una sera durante una delle solite lunghissime passeggiate decise di non rientrare, si fermò in trattoria. Uno di quei luoghi che aveva evitato in tutto questo tempo. Era rimasta la stessa, aveva resistito miracolosamente al tempo. Anche l'insegna in ferro battuto era la stessa, fu quasi tentato di tornare indietro ma ormai aveva varcato la soglia. "Mi affido totalmente a lei" disse sorridendo all'anziana signora che gli stava allungando la carta. Anche lei nonostante i capelli candidi non era cambiata molto, chissà se si ricordava di lui, di loro. Si era fermato per mettersi alla prova, per dimostrare a se stesso che poteva fare a meno di lei, pian piano però finì per farsi contagiare dalla quiete di quel luogo. La zuppa di porri, un brasato che avrebbe fatto morire d'invidia i cuochi più celebrati fecero il resto. Prima di uscire accettò anche un tortello ripieno di mostarda dolce. Riprese il cammino soddisfatto per la scelta. Probabilmente anche l'ottimo sangiovese contribuiva a renderlo quasi euforico. Procedeva senza fretta, voleva godersi il più possibile quella serenità per lui così insolita. Arrivò a casa alle undici passate. Lei era lì, seduta sul gradino vicino al cancello, la luna metteva in risalto quel viso privo di espressione. Entrarono senza nemmeno salutarsi. Le serate si ripetevano, tutte uguali. I silenzi rotti solamente da qualche frase quasi mai compiuta. Una volta durante un rapporto come sempre carico di ostilità, lui tentò di accarezzarle i capelli, lei reagì violentemente torcendogli il braccio e cominciò a tremare gridando frasi sconnesse. Sembrava posseduta. Non aveva mai capito se oltre all'odio lei provasse desiderio, quali sentimenti sfogasse in quei momenti. Rimasero a lungo immobili, fermi, quasi temessero di rompere quel fragile equilibrio, quella che sembrava essere quasi una tregua. Quella notte chiese di potersi fermare e già la richiesta strideva con il copione. Il tono della voce restava duro ma diverso, cominciò a parlare della madre, di come aveva vissuto quel distacco. Il padre che l'aveva voluta pur conoscendo la verità non era mai riuscito a colmare quel vuoto. "Una sera all'ospedale, qualche giorno prima di morire, trovò il coraggio di parlarmi di te, dei vostri progetti, della tua solitudine. Si preoccupava ancora per te. Quella volta ho scoperto quanto sia sottile la linea che divide l'amore dall'odio." Non c'era niente da spiegare, non c'era niente da condividere. Rimasero svegli in silenzio, ognuno impegnato a rincorrere i propri pensieri, la sua vita si era rimpicciolita, avrebbe potuto descriverla in poche parole. Quanto gli sembrano lontani i salotti, il potere, gli sfarzi di quei ricevimenti che avevano il pregio di sparire il giorno dopo. "Se tornassi indietro?" Il tono della voce di Lisa tradiva incertezza. Non riuscì a rispondere. Non avrebbe saputo cosa dire e lei probabilmente non si aspettava che lo facesse. La sera dopo le comunicò che sarebbe partito per non tornare. Aveva parlato in fretta per paura di non farcela. Non poté evitare un doloroso ritorno al passato. Soltanto mentre si rivestiva, non degnandolo di uno sguardo, senza tradire nessuna emozione gli disse "Tu non vai da nessuna parte". La luce era ancora incerta quando scese le scale, attese il taxi, caricò le valigie e guardò la finestra chiusa. Meglio così, si ripeté più volte. Seduto sulla panchina alla stazione attese a lungo. L'annuncio fu ripetuto più volte, una voce petulante gli ricordava il binario e l'orario di partenza. Non si mosse. Si accorse che un bambino gli stava offrendo una caramella, gli sorrise. La mamma si avvicinò e si scusò. Osservava i treni partire, i passeggeri scendere e salire, tentava di coglierne gli umori, le speranze. Era sempre stato così, fin da piccolo. Non conservava molti ricordi della sua adolescenza, non amava stare con gli altri, i giochi lo annoiavano, preferiva stare in disparte a guardare. Immerso nei suoi pensieri lasciò che le ore scorressero. Era ormai sera quando si decise a scendere i pochi gradini e avviarsi al parcheggio per riprendere il taxi che lo avrebbe riportato indietro. Lisa era alla finestra, sembrava l'avesse atteso per tutto il tempo. I suoi occhi non rivelavano sorpresa ma non lasciavano intravvedere nemmeno segni di compiacimento. Gli sembrò di cogliere un sorriso, probabilmente era solo un riflesso. Non si prese nemmeno la briga di disfare le valigie. Si versò un bicchiere di vino e attese il suono del campanello.

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