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Voglia di morire

Qualcuno capì che non erano più le ore a passare così in fretta, e gli alberi nei giardini si spogliavano dei loro fiori più belli e i sempreverdi erano così fissi nella loro semplice armonia. Dalla strada s'udiva una voce che cantava canzoni d'amore, o forse proprio una serenata per una donna già vedova e appena sposata. Nei quartieri vicini un rumorio di cose passate ancora perdurava nella loro memoria. Quella gente s'ostinava a credersi importante, e se il giorno portava con sé le parole più belle ecco come magia tra la luna e le stelle un silenzio che scioglieva l'abisso e qualcuno che senza pensieri diveniva sempre più triste. A quell'ora nessuno sapeva cosa fosse la storia, nessuno pensava al contesto in cui viveva e se avessero chiesto pure solo un istante di quiete apparente allora avrebbero capito; e anche se forse qualcuno lo chiese timidamente non poté capire perché non gli fu concesso. Certo le montagne non erano così lontane e le loro fantasie potevano elevarsi alle vette più alte, ma nessuno, proprio nessuno avrebbe voluto morire. Anche allora il cielo s'illuminava dei colori più vari e dopo la pioggia ecco l'arcobaleno. Ammirava da solo quel panorama sereno dove anche gli uccelli sembravano liberi e i piccoli insetti danzavano senza conoscere il lento passare degli anni. Ma recavano lacci d'argento alle muse funeste senza badare alle cetre diffuse oramai in mezzo ai folletti. Verde acqua che staglia la laguna e modifica il colore del paesaggio. Guardò in fretta l'orologio d'argento che aveva al polso e accortosi dell'ora cominciò a correre veloce, senza mai fermarsi fino a destinazione. Caduto da un pero che era vicino alla campagna s'accorse che il mondo era strano, volò poi con i demoni attraverso la volta dorata, ma colori insistevano enormi e non gli era facile capire. Verso un'ora più insolita che strana, anche gli anni passavano felici, tentò rapidamente di scoprire cosa ci fosse dentro la scatoletta che il padre gli regalò prima di morire. Ma quando s'accorse che era vuota maledì il giorno in cui era nato. Alcuni suoi amici lo andavano a trovare molto spesso anche se lui non amava molto l'insolenza di coloro i quali importunano con la loro presenza. Un lungo tragitto lo attendeva e lui cercava solo il motivo per non cedere a chi voleva obbligarlo a restare, e tra le varie incombenze che gli si presentarono egli fu molto felice di cassare quella dell'amore. Un giorno, quindi, si recò da una ragazza che aveva già in mente di sposarlo e la liquidò con grande garbo. Miseramente sciolto da ogni pensiero partì alla volta di un mondo nuovo tutto da scoprire. Viaggiando s'accorse che le cose non erano come voleva lui. Incontrò in una bettola di provincia una giovane prostituta alla quale non chiese d'uscire, ma solamente se voleva fare sesso. Dopo aver litigato con lei si portò lungo il viaggio ciò che lei, costretta, gli aveva dovuto dare: il fiore delle sue forme. All'aurora si videro in quel dì magici folletti cantare non so per chi. Aveva un solo, enorme presentimento, ma non bastava a rattristarlo. Anche senza un perché si era già sprovvisto degli affetti, ma le cose cambiavano col tempo. Erano forse felici tutti coloro che la luna guardava ma se questa di giorno non si vedeva non era certo colpa della creazione. Odiava la notte, anzi di notte non esisteva abituato come gli altri a dormire in quei momenti così splendidi e belli. Ma una notte si recò controvoglia in un bosco di piccoli cipressi, misto alla confusione che facevano i folletti c'era qualcosa che ricordava sua madre. Avara di ogni sentimento spontaneo quella vita si riduceva al caso, senza chiedere (né le sarebbe stato dato) un conforto. In quegli anni ogni cosa era un segno che indicava qualcos'altro. Ricordando che aveva scritto dei versi si espose leggendone alcuni ai folletti e alle fate lì presenti. Rossa e grigia sembrava la natura e la fantasia riduceva l'immaginazione, come gli occhi che vogliono vedere ma le cose non sono visibili. Orchestrando tutti gli elementi temprava un ballo eterno in nome di tutte le genti, ma la storia sembrava lontana ai suoi occhi increduli e divertiti. A questo punto si accorse che le rose appassivano più spesso che gli altri fiori, era stanco e sognava di cose nuove mai prive di colori. Asciutta era la terra dove un tempo aveva visto irrompere impetuosa una valanga d'acqua primordiale. Ecco, un attimo era passato assieme a lui, ma non se n'era accorto. Vista una luce in profondità pensava alle cose passate senza più temere di esserne ferito. Arrivò così, vestito di giallo e arancione, un omone paffuto che diceva di essere il sole. Ma non era possibile andare verso un'altra galassia se pensava di avere così vicino la stella da lui più conosciuta. Ma a lungo tentò di sciogliere quella ragione che logicamente lo obbligava a pensare così. Una volta libero dal suo segreto si sporse per capire quanto era profondo lo spazio ma non vi si gettò. Non poteva sapere se non provava, ma non provò. Quando poi s'accorse che il precipizio non era alto pensò che non era quello il punto più elevato e andò via. S'incamminò come faceva spesso e restò silenzioso ad aspettare che qualcuno gli portasse qualcosa su cui poter divagare. Scelta la strada giusta per proseguire il cammino si diresse in quella direzione che lo avrebbe portato alla rovina. Magicamente attratto dai lilla spense le candeline che misero con amore sulla sua torta quando aveva appena sedici anni. Una donna vestita di blu lo chiamò dall'angolo sinistro della strada ma pensò che nessuno poteva capirlo, nemmeno quella donna perché lui era pazzo. Andò lietamente a trovare sua zia infelicemente sposata con un rozzo maiale cittadino che non l'amava neppure. Arava la via per non so quale motivo un piccolo contadino che non voleva mai smettere di lavorare e odiava tutte le sue sorelle perché erano tutt'altro che belle. Marziani dal colore di alabastro si spiegavano nella loro lingua in qualunque paese comprensibile e se allora si spensero le luci della sua stanzetta egli ne fu felice, ma non partiva, anche se era già in viaggio. Orario classico: mangiava a pranzo tutto ciò che c'era anche la frutta come una betoniera, pieno come un'anguria si distolse dal cibo e non morì. Estasiato da ogni bellezza terrena gli piacevano molto più le donne che gli uomini e non chiese mai a nessuno se volesse prestargli sua moglie. Ma la cosa che lo divertiva di più era credersi un genio ribelle, con vent'anni di carriera sulle spalle si credeva simile a Rimbaud. Voglia nuova: il suo caro padre gli spiegò che la vita non è solo amore e convenienza e la gente beffardamente dice quello che vuole e non quello che pensa. Si protesse pensando all'assoluto universo piccolo e illimitato ma nessuno pretese niente e nessuno pensò di averlo davvero conosciuto. Ore della tristezza s'erano susseguite in quella cittadina ma nessuno lo aveva capito e seppure restava un sentore di lucidità allora lo stesso evento si moltiplicava per non ripetersi più. Amorevole figlia spegneva candele con lui, ma l'età era diversa non s'amavano più che il sole e la luna quando questa non lo incontra mai. Lui vide una sola scuola in vita sua con giusto sentimento e approvazione, ma non sapeva se la vita che aveva vissuto poteva avere un vero valore adesso che tutto era passato. Nulla di buono aveva compiuto e non amava nessuno e nulla delle cose che aveva realizzato perduravano ancora nelle cose che in quel momento gli stavano intorno. Una libellula volava felice, due libellule ancora più felici della prima e il volo nasceva senza ali. Quindi, anche le stelle erano quiete e la loro soddisfazione era solo un bisogno inquietante. Mostrando lo sguardo nervoso il pensiero diveniva palese. Non voleva più vivere nel solito modo né ammazzare né credere di essere schiavo di tutto ciò. Allora pensò alla fuga ma già era in cammino da un pezzo di tempo e se tutti i pensieri passati gli andavano incontro non bastava certo a fermarlo. Oramai, si vedevano le cose più chiaramente una notte passava con velocità incostante bisognava non pretendere nulla dalle cose e capire come stavano le cose veramente. Tutti i sogni passarono veloci, ma cercò di arrivare lontano verso un luogo più calmo e sereno. Certo qualcosa ancora lo turbava: era forse la voglia di morire. Non pensò affatto alle cose che potevano succedergli e trovò lungo la strada un sentiero diverso. Ma la sua tabacchiera era caduta per terra senza rompersi ma gli angeli urlavano che non era cosa di andare avanti se non si era superstiziosi. Lui pensò molto prima di continuare poi deciso s'incamminò per non fermarsi più per molto tempo. Non vide altro che prostitute lungo la strada, ceneri, vesti lacere e insanguinate, muse colorite e fatine svegliate dalle fiabe notturne, picchi di montagne, notti polari, vergini sconosciute, attimi immortali. Sicuramente la sua vita non era infelice, quasi ridente sapeva guardare il mondo e i suoi occhi così piccoli e brillantissimi si accingevano a scrutare l'universo. Arrivò dopo aver viaggiato tanto alla porta d'ingresso di un edificio maestoso e senza accorgersi delle guardie che si trovavano lì vicino s'introdusse all'interno per visitare ogni particolare. Dentro al palazzo non c'erano persone e nessuno comprese chi lui fosse. Scorse nell'angolo di una stanza una porticina di colore marrone scuro ma non entrò subito. Poi girò la maniglia d'ingresso e fu subito inghiottito dall'enorme biblioteca che lì si trovava. Scorgendo libri voluminosi dai caratteri antichi e scritti a mano iniziò uno studio profondissimo, e la luna e gli astri cercò di emulare in un volo notturno di meravigliose spirali come quando l'immagine viene a mancare e le cose non sanno di apparire, vide rose e piante di ogni sorta piegate alla gioia dei potenti vibrando parole nell'assenza di un pubblico che le ascoltasse. Anche altri libri gli illustrarono come fosse importante conoscere e perché l'uomo costruisce. Arti diverse tra di loro gli si presentarono come fossero in carne ed ossa. Non voleva più altro che leggere. Il tempo scorreva veloce e risate risuonavano nell'aria come vili presagi di misteri non ancora risolti e sconosciuti. Correndo s'accorse che le gambe non si muovevano più e che il fondo su cui poggiavano era lui a reggerlo coi piedi. Anche le massicce montagne del Nord sapevano chiedergli di raggiungerle verso un altro bersaglio si sporgeva la sua vita misera e incompiuta. Fantasticò a lungo sulla gloria mista al gioco dei facili costumi alla moda pensò raramente e alla gente meno che niente. Nulla valeva la pena di essere vissuto anche i sogni passavano col tempo e le ore non erano le stesse. Come fosse infelice quella sera non lo seppe nessuno onestamente tutto era sempre lo stesso ma nessuno valeva veramente. Una suora pensò d'operarsi al fegato ma aveva tanta paura e forse questo era il problema; vista l'ora non era più così giovane se ne andò coll'ansia nel cuore dall'ospedale in cui era ricoverata. Avrebbe voluto sudare ma la sua pelle era così particolare. Il centro non era lì doveva forse proseguire andare avanti gli serviva per vivere per capire. Quando era stato piccolo gli avevano sempre detto che a nulla serviva piangere e che prima o poi sarebbe cresciuto. Ma alla soglia non c'era nessuno verso un'ora così incostante si distrussero gli attimi in frammenti e chi era non era più. Lui partì ma non seppero perché quelle persone che lo conobbero prima che fosse adulto. Arrivando però in quella sera precisa laggiù non poteva più essere lui erano troppo strani per non capire che lui era migliore di loro e l'avrebbero certo avuto in dispregio. Si camuffò come fosse importante e nessuno gli diede più confidenza; anzi, forse voleva arrivare lontano ma già era troppo lontano da casa e se questa per lui era una notizia nuova ecco di nuovo l'arcobaleno. Assieme ai sogni bui della sua vita un enorme piacere dilagava e col sorriso in bocca a l'aria pigra di chi vuol essere ma non è presente si rivolse a un vecchissimo amico. Dopo aver parlato lungamente di un fatto sconosciuto a tutti pensò senza parole e capì che era arrivato il momento giuste per contraccambiare una persona. Non s'innamorò di una donna ma di un cane, poi lo lasciò e visse per qualche tempo con una pecora. Dalle gesta di un antico eroe trasse spunto per partire lontano, al momento della partenza si disciolse la correggia e spiccò il volo. Momento infinitamente piccolo fu quello che lo vide partire dall'Arabia su una scopa volante e a Bagdad si innamorarono anche in quegli anni due sorelle che non si potevano vedere da tempo perché il regime non lo permetteva. Bastava a lui soltanto la piccola stanza dove il giorno prima avevano riposato in dieci un gruppetto di orfani italiani. Ogni giorno sapeva che non sarebbe stato vano questo ridere del mondo e fattosi allegro come tutti gli uomini di oggi disse a qualcuno che la vita era felicemente relativa. Relazionando i caratteri dei linguaggi scoprì l'unico senso del libro che gli regalarono appena dodicenni i suoi mille nipotini. Badando poco a tutto ciò che gli era intorno spense in un piattino una sigaretta di origine incerta. Ma le regine danzavano con le streghe del luogo e piccole fate canute si consolavano allo specchio dei giullari di quella corte famosa. A lui sembrò vile la giustizia degli uomini importanti e partecipò al massacro totale sperando in un aiuto divino. Come fosse primavera anche il suo cuore si accese infiammando altri cuori vicini al suo. Lo stato in cui era beffardo e sconnesso gli diede la forza di arrivare in quel famoso bar scelto da coppie e amanti di ogni altezza morale. Lui credette di essere felice lavorando alla corta di un sire. A loro bastava la voglia, quella gente era solo infelice, non sapeva fare come lui. Allora mortificò la sua razza come fosse ingiusta e meschina. Il sorriso poteva far ridere ma a lui ispirava serietà; era un gesto profondo di riguardo e non fischiava mai quando in teatro assieme ai sorrisi c'erano dei fischi. E poi non sapeva fischiare. Massiccia protuberanza cresceva in mezzo alle campagne come fittamente si alzava la nebbia e lui non vedeva che l'arte passava di mano in mano senza capire donde fosse uscita la prima volta. Vespro e sera non li aveva mai conosciuti separatamente, gli si presentavano come fossero fidanzati e sperava sempre di no vederli più. Ciò che voleva non era facile a dirsi perché non poteva capirsi colle parole. Lui era abituato a dire tutto a memoria senza mai allontanarsi dalla logicità dei pensieri e gli abeti finivano per lui come il sole e tutte le cose. Allora l'eterno era già passato come per chi vivere la morte è non essere presentati all'umanità. Ma gli attimi volavano imprecisi e i lampioni delle piccole cittadine non erano differenti dalle luci delle grandi città. Silenzi infernali comprese un giorno di maggio assieme a sua madre e radici raccolse assieme a frutti seccati dal gelo e dal freddo. Rumori indistinti collegavano un giorno all'altro confusamente. Ma cercò di andare verso un nuovo messaggio di vita che valeva più di tante altre cose. Quell'ora non era diversa da tante altre e forse avrebbe potuto non viverla. Malattie si comprendevano nel suo corpo anche adesso che non voleva fermarsi e correva e spiegava alla gente che bastava cancellare le cose cattive e creava e dipingeva quadri possenti vistando mostre importanti e dalla terra famosissima da cui proveniva quel suo parente arrivò una scoperta sensazionale. Certo lui non voleva nemmeno sapere quale fosse questa scoperta ma poi lo venne a sapere e non ne parlò più con nessuno e quando glielo chiedevano faceva finta di non sentire neppure quello che gli veniva chiesto, reduce com'era dalla disfatta. Sorridendo ancora golosamente vide che anche il linguaggio non costava più di un sacrificio morale e le leggi non cercò di emulare nello stato che costruì dopo aver egemonizzato una terra interamente. Collassò una sera di novembre perché anche la fame non gli perdonava il suo difetto più grande maturando che il delitto di un piccolo paese l'aveva commesso quel tale così importante che nessuno lo avrebbe mai sospettato. Poi le cose mutarono aspetto alla vista della sua più grande opera filosofica e non credeva nemmeno che Nietzsche fosse un pensatore. Malati di mente passarono davanti ai suoi occhi collaborando con i pellegrini, stabilita poi la strada non cercò di lavorare il suo piccolo romanzo erotico e finse di non esser ciò che era sempre stato. Macchinosamente però gli uomini lo falciarono emotivamente e graffiò il volto a uno di essi. Con un grosso fendente scaturito da un'arma da taglio di non indifferente grandezza ammazzò un vicino di casa perché andava di moda fare così da un po' di tempo e nessuno si accorse che il suo essere così banalmente irraggiungibile si spezzasse in un enormità di essenze. Partì poi per una terra non molto conosciuta dagli studiosi perché era ritenuta inesistente ma non da chi credeva di esserne cittadino. Oleosi baffi e capelli impomatati si sprecavano in quegli ultimi attimi felicemente vissuti assieme alla donna dei desideri e non poteva non essere così facile ammirare la storia vivendola e cambiarla sembrava vanamente impossibile. Si assicurò di tutto e che tutto fosse come voleva lui; in fondo, anche lui poteva sbagliare, anche a lui poteva succedere di non essere felice come a chiunque altro poteva succedere. Stando però fermo su un tetto non fece in tempo a capire perché era arrivato là e si domandò cosa volesse veramente. Arrivato lassù chissà come penso di scendere e di trovare ciò che voleva davvero. Il mondo era così grande e così piccolo l'universo che lo conteneva che non era impossibile riempire la vita. Narrava le cose più strane pensando agli antichi scrittori delle epoche passate e mostrava tutte le sue ansie muovendosi avanti e indietro per le sue stanze assai freneticamente. A quell'ora di solito nessuno poteva comprendere cose diverse da quelle che il mondo e la società proponevano a tutti i cittadini. Pensò di correre lungamente disinvolto ma la luna era pallida e il cielo più offuscato che mai. Conoscendolo solo di vista un imperatore propose ai suoi servi di cacciarlo dal regno; la regina lo volle tra i suoi cortigiani e non le furono mosse avversioni di nessun tipo. Nella scuderia lontana dal palazzo reale non fece una vita modesta e fuggì dopo poco tempo. Castratosi colle sue mani realizzò che non poteva più avere figli: così nemmeno le donne lo avrebbero infastidito. Lasciando colla mente il suo piccolo pezzo di terra volò tra le costellazioni più varie mosse da energie misteriose illuminandole col suo ingegno mostruoso e virile. Ma qualcuno non guarì al passaggio del profeta di quella piccola cittadina e allora altri lo misero in serie difficoltà ascoltando solo ciò che piaceva loro ascoltare dei suoi discorsi. Merendine e cioccolate di vario gusto lo appesantivano senza che mai gli venisse voglia di digerire. Capì che qualcosa era mutato in lui e che non riguardava la sua fisicità. Valendosi dei suoi nemici pensò che il bene e il male erano uno scherzo inventato dai moralisti cristiani, ma le cose non erano comprensibili in quelle ore così tormentate. Verseggiavano colle labbra contratte e i muscoli tesi tutti i poeti della grande reggia e plaudenti gli spettatori non sembravano appagarli di successo. La piccola lampada a petrolio si infiammò all'improvviso con tutte le cose del re anche se tutto era del re anche le fiamme che allora decisero di spegnersi. Mortificò le muse quel poeta stranito dalle cose che lo aspettavano nei suoi prossimi giorni di vita, soprattutto il fatto che dovesse morire e s'uccise. A un signore gobbo vestito di rosa e di fucsia colle labbra chiuse diede la mano senza motivo e visto che non c'era nessun motivo per non ricambiare il gesto il gobbo tentò di offrirgli la sua ma nulla obbiettò quando scoprì che era monco. In ore passate aveva potuto scrivere e leggere. Adesso avrebbe voluto capire e le cose miglioravano come anche il suo essere migliorava nel tempo e il tempo gli era accanto e lui solo non sapeva che ci fosse così frequentemente distratto da altre occupazioni. Nuvole gigantesche incombevano sul suo passato come se adesso dovesse piovere. Giravano anche le giostre lungo un oceano di piccoli pesci mai visti nuotare così sereni nelle acque della sua terra, vagando per mari in bocca alle grosse balene. Metamorfosi imprevedibili scuotevano gli infiniti attimi del suo essere e gli venne una grossa matrona dinnanzi e non seppe mandarla via. Lo voleva stuprare ad ogni costo e lui non riuscì questa volta a scappare. Non voleva essere suo, ma non fu mai più lo stesso dopo quell'avventura spiacevole. Recitò colla sua compagnia un'opera di quel tale che nessuno conosceva come artista affermato e per questo applaudirono il coraggio degli astanti stessi nell'aver preferito un'opera sperimentale ad un'opera già conosciuta. Bianche sostanze gli replicarono la follia vista da una cassetta di una donna che non era più lì. Un recipiente volgarissimo attirò la sua attenzione facendogli capire il senso dell'arte a lui contemporanea. Ma il tempo e le ore fuggivano imprecisi e lui solo non credeva ai suoi occhi. Era malaticcio perché gli studi lo avevano assorbito per troppo tempo e pose in cima a tutti i suoi pensieri una vacua attività cerebrale. Un tavolino imbandito a festa non poteva interessare certo a lui che correva per le steppe e colonie smarrite nelle terre lontane non gli appartenevano più da tempo. Fu solo ancora per anni e anni ma laddove lo attrassero gli eletti non pensò mai di recarvisi da solo. Certamente lo spazio era poco per lui e contraddiceva le sue aspettative deludendolo e quindi facendolo arrabbiare. Libri nuovi erano letti solo dai monaci del passato vide ancorarsi una nave grande quanto una spiaggia lontano oramai dalla sua città. Valutando queste cose si modificò il suo pensiero attenendosi fermamente alle brusche regole della sua mente. Vietò all'imperatore di quel regno sconosciuto di vivere col corpo in un regno e colla mente tra la Cimmeria e l'isola che non c'è. Niente lo stava a guardare mai ripensando a ciò che era stato tempo prima. Voleva andare lontano tra i sentieri di altre città, nominando parole costrette al loro semplice significato. Nominando tre ambasciatori il popolo si ribellò colla scusa di non sapere perché si era ribellato proprio in quel momento. Vistosi il mondo addosso dimenticò che fosse suo padre e sua madre arrivò dalla Indie per farlo pentire di tutto quello che aveva commesso impunemente e elargì nuove essenze dalla sua ricchezza spirituale. Alberetti ficcati in un terreno non compatibile colla loro crescita appassirono velocemente ma nessuno si accorse che erano appassiti perché i resti si erano confusi subito colla natura circostante. Dei dischetti facevano da cornice e api e colombe misti a zanzare volavano danzando allegramente nel limpido cielo di quei giorni. Paletti collaudati da esperti di ogni campo erano stati lasciati all'angolo di una strada dove ora delle prostitute li usavano nei momenti di svago. Come si accorse di assomigliare alla propria persona distrusse uno specchio scaramanticamente portato lì apposta da quattro streghe che prevedevano il futuro di tutti i mortali ma non si preoccuparono mai di capire il loro e un giorno volando per avvertire un cliente della sua futura rovina economica caddero al suolo stramazzando per molto tempo e il cliente capì che erano solo buffonate che lo circondavano. Osservò anche i libri sugli indiani d'America e quelli sulle scienze mediche modificandoli in alcuni punti per renderli più leggibili ai suoi posteri. Tetti fosforescenti si piegavano alle vette notturne mai costruite eppure esistenti, xilofoni da concerto mistico in solenne melodie erano abbinati agli amori più strani. Conservò giochi infantili nel cassetto di una stanza che non lo aveva mai accolto bambino. Non poteva permettersi il lusso di sognare ancora proprio perché non dormiva da molti giorni oramai e nessuno gli imponeva di fermarsi. Si fermò per del tempo in quel piccolo negozietto di vestiti senza spogliarsi per provare gli abiti da donna che voleva comprare per lo spettacolo in maschera minuziosamente preparato dalle dame della grande città italiana. Nel suo mondo le donne erano magre ma esistevano anche altri tipi di donne che lui ignorava garbatamente. Scrisse lunghe epistole amorose per una dama che non faceva mai aspettare nessuno purché arrivasse puntuale all'appuntamento. Voleva conoscere la giocosità della gente e la mentalità nuova dei credenti ma le fiabe scoppiavano in bocca alle persone e la fantasie reprimevano i desideri più comuni in quel mese così festoso. Sopiva i suoi istinti danneggiando una statua nel centro della piazza centrale vilmente addobbata come fosse Natale e nemmeno il vischio era recentemente stato appeso proprio dove i due si baciarono con affetto indistintamente ignorato, ficcavano il naso nei fiumi colla lingua portata più dentro del rimanente corpo le belve africane commosse da tanta sete di sapere e i folcloristici avvenimenti ricoprivano strati di fango calunniando anche i signori del tempo in cui vivevano. Ma altri passeri sapevano volare laddove nessuno pensava di proseguire da solo e la sua dedizione alla vita non fremeva serena nei convegni. Ma già la notte e la mattina dividevano il giorno in più parti e nessuno era unito; tutto e tutti avevano bisogno di appartenere e di essere una sola cosa contro qualcos'altro che non era. Non diede mai adito ai perdenti filando una tela lunghissima di molti chilometri sapientemente sfilacciata dalle sue apparizioni metafisiche, se ficcava il volto attraverso la fessura migliorava il suo punto di vista rispetto al mondo degli stregoni e mistificava diademi e gemme per qualsiasi persona vigliacca. Non credevano di essere persone quelle genti lontane da lui, ma il tempo passava per tutti e non era buona regola scappare. Iniziò a camminare lentamente e poi più veloce e più ancora e poi scappò via dalle tetre terre del suo paese e la mente si liberò per un attimo giocando coi capelli delle fanciulle e cogli stambecchi di una fantasia più che umana senza mai fermarsi in un'oasi o all'orizzonte stremato dagli avvenimenti. Perché tutto fosse allontanato da lui ci voleva un cambiamento radicale e se non fosse stato così allora avrebbe sciolto ogni legame colle cose di prima e danzando e correndo s'avvicinava al punto più alto dove forse la sua ragione non avrebbe chiesto più niente e sorridendo già presentiva che lassù sarebbe stato felice. Voleva correre ancora a lungo e correva davvero senza fermarsi mai, ma mancavano ancora le indicazioni necessarie a raggiungere il punto più alto; e se il tempo scorreva così velocemente allora non era così distante e lo spazio sembrava a volte muoversi sotto i suoi piedi anche se lui si sforzava enormemente. Alle ore seguirono altre ore brulicando senza sentire sensazioni. Dall'aurora dovette nascere il sole che si aprì grandemente nell'universo e splendendo illuminò la mattina creando giochi bellissimi di colori. Senza nessuna pretesa si scoprì nuovamente imbarazzato di fronte all'enormità dell'universo che lo circondava da quando era nato e adesso passavano nella sua mente i molteplici sentimenti che lo avevano fatto diventare così com'era. Finestrelle coloratissime s'affacciavano nei giardini, sempre chiuse. Vollero i nani del bosco guardare la chioma della regina delle mantidi ma non aspettarono che arrivasse e scapparono via prima del tempo. Incastrato sulla facciata destra della parete di una casa un paletto di ferro colorato di nero e per giunta arrugginito pensò che non era difficile esistere. Lui si protese da una sporgenza altissima ma non quanto voleva lui e poi doveva capire la storia il suo funzionamento fittizio e complicato. Maturando una soluzione calcolò la distanza che lo separava dal mare emergendo dall'abisso dei suoi pensieri; salvo qualche interruzione non recitò male tutte le opere che conosceva a memoria. Li capì subito anche senza inquadrarli e lo spazio finì come era iniziato. Vista la massiccia entrata sulla via principale della città fingendosi un ribelle fu arrestato assieme ai suoi nemici di sempre, ma poi lo scoprirono più pazzo degli altri rivoluzionari a lui avversari e fu rinchiuso per sempre in manicomio. Almeno così aveva capito; sarebbe rimasto lì per sempre ma non capiva come potessero lasciarlo lì per sempre o per tutta la vita. Cercò di scappare più volte e una volta gli riuscì con successo più che duraturo ma qualcosa poi lo riportò indietro. Ore lunghissime non passavano mai e il tempo era immobile. Avrebbe voluto correre ancora a lungo misticamente avvolto nel mistero della vita così legato alla legge degli uomini che gli uomini stessi si erano dati e che nessuno di essi stessi in fondo condivideva. Una crepa spaccò, dividendo la terra, anche il luogo in cui era rinchiuso, liberandolo o forse solo cambiando la sua condizione. Anche le foreste subirono mutamenti profondi e la sua mente s'accese come fosse una fiamma di intelligenza. Allora cominciò a correre più forte di quanto non avesse mai corso prima e parole gli uscivano incomprensibili dalle labbra più sciolte che mai; forse solo in un attimo di immensa lucidità avrebbe potuto capire ciò che solo adesso aveva compreso e quel tempo che prima sembrava non passare e che ancora prima non sembrava mai stare fermo ai suoi occhi ora era inesistente e la coscienza di una vera morale non lo obbligava più a nulla che non avesse voluto fare. Correndo con aria non triste, ma non felice volse i suoi occhi alla luna e al cielo stellato e la parte della sua essenza più femminile superò di gran lunga ciò che era stato prima. Gioì della grossa speranza che lo accoglieva in quel momento preciso e si spogliò definitivamente di ogni suo carattere originario. Non era malato di nulla e non voleva più reagire alla sua condizione di essere così piccolo e così grande nell'universo; ma la cosa che ancora lo sconvolgeva era la sua destinazione imprecisa di uomo e di donna che non sanno se essere è possibile contro l'avvenire di tutte le cose. Mascherò un'ultima volta la sua rabbia prima di arrivare lassù, poi, persa la pazienza definitivamente comprese il vero messaggio che tutta una vita gli aveva nascosto e che ora per volere più alto gli era concesso; solo fissò le crepe nei muri e le alghe delle acque solitarie ripensando alle antiche lagune e agli enormi traguardi celesti. Vide splendide scatole e fiori un'altra volta addobbati in florida e amena essenza cogliendone gli istinti e i significati. Replicando quel suo antico sogno raggiunse la meta prescritta. Adesso era lassù, tra un ontano e una piccola mammola dove anche le volpi spiegavano versi alla luna dando indirizzi recenti d'affetti perduti da tempo oramai immemorabile, come del resto lui così selvaggio si stese sopra la distesa immaginaria che lo faceva così potente dandogli un'aria di immensa sovranità, ma un pensiero così profondo solo adesso poteva scaturirgli dalla mente e una voglia antica e moderna di cose che nessuno provava a pensare. In un attimo si creò il suo angolo di paradiso e nessuna terra era dell'uomo prima che l'uomo ne diventasse il padrone, e nessuna cosa era sua ora che nulla voleva possedere. A quell'ora le ore non erano, non passava più il tempo e nessuno, nemmeno lui lo stava a contare. Una fiamma sperduta nel cielo di quell'alba così ardente lo riportò alla sua gioia. Certamente avrebbe voluto soltanto quella cosa che è l'essenza di tutte le cose e le mostra in altra sembianza per garantirle eterna sopravvivenza. Ora un solo grosso fermento lo portò in un'altra situazione e spiccando colla testa all'in giù il volo si tradusse in enorme insetto dalle gambe mostruosamente piccole e dal corpo più fragile che orrendo, solo ebbe il momento di pensare alla possente caduta dall'altura da cui si trovava e che quello che voleva era ciò che era e non era più una situazione differente da un'altra e giocava muovendosi nell'aria ma non era più facile pensare ora che si era allontanato da tutti e tutto era cambiato e il tempo era vana parvenza e lo spazio e il suo essere un attimo. Una linea sospesa aggiunse un'essenza all'essenza come gioco di nuove tecniche geometricamente diffuse disegnando forme impietose e lasciando trionfare l'azione. Non era mai stato così impossibilitato fino ad allora, ma sentiva ancora cos'era e un'antica felicità gli prendeva tutto il corpo e lo riscaldò teneramente. Ancora più giù dalla vetta e l'abisso sempre più profondo e sconnesso il restante spazio volgendo il capo un'ultima volta senza dimenare il corpicino quasi sparito guardò una tela di ragno bruciare davanti agli occhi dei rospi del vicolo vecchio. Fu così atroce osservare le stelle nella volta azzurra e celeste, tra le arcate e i meandri dell'universo spaziale, ove le costellazioni splendono lungamente e rilucono fulgenti e luminose. Ma scoprendo l'eterna caduta, rigonfiandosi all'infinito lo spazio - era inesistente? - non lo resse - lui era ingombrante? - e non era possibile dare uno spazio all'infinito che era diventato e s'estese dall'eterno all'eterno, dalla stella alla stella, dalla vetta alla vetta serenamente, di monte in monte, strada per strada, dai meandri e dalle grotte universali agli antri e agli spazi chiusi, dal fonte al fonte, dall'idea all'idea, dalla fonte alla fonte, dalla fossa al colle, dall'infinito all'infinito spazio, come il tutto morì. Bara bum!

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1 recensioni:

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  • August Mishell il 28/07/2016 10:25
    Molto intenso e carico di sottile mistero

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