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Di morte morbidi tratti

Quella mattina non c'era un soffio di vento. L'aria era quasi surreale, tutta fatta di calde pennellate, e io mi sentivo come fossi incastrato in un dipinto di Monet.
Eravamo sempre i soliti, alla fermata dell'autobus, ma non ci parlavamo mai tra di noi. Nemmeno un finto buongiorno, sarebbe suonato strano. Le persone erano immobili - anche loro forse erano incastrate, ma non in un quadro di Monet, no, quello era solo mio. Il signore, ritto in piedi, per niente curvo nonostante l'avanzata età, di cui non vedevo il volto ma solo il lungo cappotto nero che sbucava da sotto il giornale spiegato, mi pareva venuto fuori da un quadro di Degas. Nel viso triste della donna di colore intravedevo Gauguin. Nella bionda, sacrificata nelle sue strette calze, non vedevo nulla. Forse lei era bloccata in qualche scatto fotografico di poco valore. La squadravo e pensavo che in realtà lei, probabilmente, non era proprio frenata da niente. Quando sei una donna e hai quelle gambe, pensavo, da cosa ti devi nascondere? Ad un tratto lei incrociò il mio sguardo e subito lo distolse. Aveva gli occhi scurissimi, oh, erano così in contrasto coi suoi capelli. Se mi fossi avvicinato a lei, lei si sarebbe spostata. Se le avessi rivolto un saluto, mi avrebbe risposto freddamente. Se le avessi parlato dei miei pittori, mi avrebbe deriso.
Erano le sette e mezza di mattina e l'autobus arrivò puntuale. La ragazza bionda salì per prima, con passo svelto; lo sapeva di essere la padrona della fermata. La seguirono dei ragazzi che erano arrivati da poco, coi pantaloni abbassati e le giacche ridicole. Il signore col giornale fece passare la donna di colore e lei, a testa bassa, salì in fretta. Neanche un sorriso rivolse a quell'uomo e non era cattiveria, io lo sapevo; era solo spiazzata dalla gentilezza. Per ultimo salii io, mi è sempre piaciuto essere ultimo - o forse mi ero solamente abituato, assuefatto;
pusillanime.



Il sole splendeva tiepido e neanche sembrava inverno, me lo ricordava solo il pungere della lana sul mio collo.
Erano le sette e venti, ero in anticipo quella mattina. Forse mi piaceva aspettare, con gli occhi fissi sulla strada, sul movimento, quella corrente incessante di rumore; o forse mi piaceva guardare l'uomo col cappotto, la donna di colore, i ragazzini moderni, la ragazza bionda; scrutare le loro abitudini, spiarli. Mi cullavo nella dolce idea che anche loro fossero incuriositi da me, che mi guardassero, che mi trovassero interessante, o anche solo singolare - che stupido.
Proprio mentre mi crogiolavo nei miei più inutili pensieri - il compito di matematica che la prof avrebbe riconsegnato, gli amici con cui mi dovevo vedere dopo la scuola, la lezione di storia dell'arte all'ultima ora - la ragazza bionda, quella con fascino ma senza poesia, mi si avvicinò e mi chiese se avevo una sigaretta.
Aveva gli occhi completamente inespressivi e così rimasi ipnotizzato dalla sua bocca. Le sue labbra erano carne viva e suadente, i denti bianchi e leggermente irregolari, come quelli di una bambina. Ma le bambine non dovrebbero chiedere le sigarette e io, che ero decisamente più giovane di lei, le dissi un no distaccato, accompagnato dal solito canzonatorio, provocatorio, "Io non fumo".

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1 recensioni:

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  • Glauco Ballantini il 15/10/2014 11:25
    La sociologia della conoscenza ci insegna che nella conoscenza mettiamo quasi tutto noi, nella psicologia anche...

1 commenti:

  • Ellebi il 15/10/2014 13:12
    È un racconto che mi lascia perplesso, ma credo sia colpa mia, non riesco a penetrare la sua essenza, tuttavia è scritto davvero bene e non è poco. Un saluto

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