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Gli occhi

Siamo nella cosiddetta sala relax. Tra poco Miranda, la simpatica fisioterapista, spegnerà la luce. Da noi in Italia di queste sale io non ne ho mai viste, o perlomeno questa è la prima volta che i miei occhi di italiano ne vedono una. Mi piace. Luci soffuse, lampadine fluo, alla parete una luccicante pallina psichedeliche- di quelle che tanto vorrei avere anche io.


La luce ora è spenta, è quasi buio. Un paio di pazienti, affetti da disabilità di tipo psichico si muovono in libertà, anche se in realtà mi pare che non stiano facendo proprio un bel niente. Ma forse Miguèl e gli altri si stanno solo, semplicemente, lasciando andare.

Ripeto: sembra che non stia succedendo proprio niente. E così in tanta inerzia mi viene quasi voglia di dormire, ho sonno. Sonno che ho accumulato durante queste notti e mattine di folle festa spagnola. Ma addormentarmi qui e ora mi sembra davvero una cosa poco professionale. Certo, poi io qui sono solo un ospite, spesato dalla comunità europea, un semplice tirocinante... eppure il senso di responsabilità non mi fa dormire, nonostante le palpebre più che calanti.

Cerco, così, di tenere occupata la mente e quasi senza nemmeno accorgermene mi metto a pensare a Pedro. Pedro è un ragazzo autistico di questa struttura per Niños, come con affetto vengono chiamati dalle persone che qui ci lavorano, disabili-psichici. Pedro è uno dei ragazzi più giovani che io abbia mai visto finora all'interno di questa struttura... penso a lui, al fatto che nonostante sia un bellissimo ragazzo di ventun anni, il suo corpo, rachitico, probabilmente non sarà mai amato, toccato, desiderato...

La sua vita mi appare, così, diversa dalla mia, e forse anche più limitata. Oppure, oppure la sua vita è dignitosa e vissuta più della mia!

Eppure sento lo stesso un senso di ingiustizia di fondo. "Sono le barriere architettoniche della nostra società", mi dico.

E sento un bruciante bisogno di portarlo via da qui, dove comunque forse sta bene, via con me in Italia, di prendermi cura di lui, di proteggerlo. Bisogno egoistico? Sì, indubbiamente, sì.


Questo vortice di pensieri fa crollare l'instabile diga della mia emotività: scoppio in lacrime. Piangere in pubblico è una cosa parecchio "antipatica". Miranda si sarà accorta del mio pianto silenzioso, nonostante la penombra?

Al corso ci hanno insegnato che un bravo operatore socio sanitario per essere definito tale deve mantenersi, pur restando nell'empatia, distaccato, che non deve fare preferenze tra i suoi pazienti. Ma io ho il sospetto che le scuole in genere ci insegnino solo cazzate.


Adesso Miranda riaccende la luce. Sinceramente mi è sfuggito il senso di questa mezz'ora in sala relax. L'unica cosa che so è che ho ancora occhi lucidi e arrossati...

 

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1 recensioni:

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  • Antonino R. Giuffrè il 24/10/2014 15:24
    ... non solo i tuoi ma anche i nostri occhi di lettore si commuovono a leggere storie toccanti di questo genere. Piaciuto.

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