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Garissa

Fermarsi è una fatica di gran lunga maggiore che continuare ad andare, induce a ripensare, uno sforzo faticoso come ogni cambiamento. Kamwenja non è Garissa come Garissa non è Shanzu. I dieci giorni passati un anno fa in quel deserto di sole e vento e sabbia tra i denti e i caratteri della tastiera mi erano sembrati quasi un sogno, tanto quella realtà vista da così fisicamente vicino l'avevo sentita lontana. Altro posto e altra gente, la prospettiva di un soggiorno breve, tutto il sufficiente per restarne fuori; passare per le strade e il mercato come un'ombra visibile solo per essere l'unico diverso, un alito di vento frusciante lungo il labirinto tra le bancarelle strette come aggrappate l'una all'altra per mantenersi in piedi, mi immagino levarne una con due dita come facevamo con i colori a matita e crollare il resto come un palazzo a tirare via le fondamenta. Niente di nuovo, cose già viste, fotografate anche nella mia memoria; se non fosse per il gioco sempre vivace delle vesti colorate delle donne l'immagine sarebbe del solo colore marrone nero dei legni e dei volti confusi nella stessa monocromia. Già visto che sembra ieri e oggi non fa alcuna differenza, come se il tempo evitasse di passare di qui, un fiume dove l'acqua stagna. Già visto o forse soltanto guardato, con certamente anche gli occhi meno curiosi, probabilmente induriti, un po' per sopravvivere e un po' per abitudine.
Il college dove lavoro è fuori città, quaranta minuti a piedi lungo una strada in mezzo al deserto che tutti sanno per quanto il vento regolarmente la cancelli. Quest'anno ci starò un po' di più, cinque settimane, esattamente un anno fa non era molto diversa, la metà degli studenti è cambiata, la permanenza è di due anni, ma il resto è come il giorno prima. Al lavoro altrettanto poche tracce di una rivoluzione abortita, qualche computer in più e Internet che si è affacciata per un mese o due ed è svanita senza una ragione apparente, una porta aperta richiusasi per inerzia. Non ci vuole molto a ritirarla su e la rivoluzione finalmente scoppia senza freno, è un piacere esserci.
Gente somala, una comunità stretta, che nessuno si senta solo e dove mangia uno mangiano in due, che nessuno ne abbia a patire. Il mio coinquilino ed io siamo gli unici privilegiati, la nostra è l'unica casa con la corrente, le altre sono in riparazione da più di un anno, che le avevano fatte senza pilastri e i muri cominciavano a crepare, nessuno sa quando le riparazioni finiranno e ancora meno quando ricominceranno, che il tempo per finirle uno se lo può immaginare. Gente musulmana, gente diversa dai musulmani senegalesi, lì a Dakar, periferia di Parigi; qui l'Europa e il resto del mondo è lontanissimo, il resto fuori di qui è un mondo a parte, resto del Kenya compreso. Non importa dove vivi, che sia qui o che sia Nairobi, se sei somalo somalo resti ovunque. Il mio coinquilino è Mohammed Alì, sembra quasi che non potrebbe chiamarsi diversamente ma ha qualche altro nome, la mia età, otto figli e una sola moglie. Noor di anni, figli e mogli ne ha di più, oltre i cinquanta, quindici con tre e nessuna intenzione di fermarsi. Andiamo insieme in città con la sua macchina tappezzata di velluti rossi sul cruscotto e collane che sembrano rosari a reclamare la nostra connessione telefonica; al ritorno siamo più rilassati e si parla d'altro, della sua vita e della mia, le cose essenziali nei pochi minuti del viaggio. Mi dice della sua famiglia, per la sua religione ha ancora spazio per la quarta moglie ma ci penserà più in là, l'ultima è ancora giovane e in questi giorni ha il suo periodo fertile. Ed io? Io non ho figli né tantomeno moglie; errore, dovrei continuare a mentire come facevo a volte in Senegal, preso dalla stanchezza della contrarietà silenziosa delle obiezioni non pronunciate; tre figli e una moglie che mi aspetta, io Ulisse e la sua Penelope, che a raccontarla era vero per loro e a me finiva per sembrarlo, tanto i volti e i nomi di quei figli e quella moglie provvidenziali mi erano diventati familiari. E che ci fai con il tuo? Dov'è il prodotto del tuo lavoro? A raccontarlo a Mohammed ride di gusto anche lui, conosce Noor meglio di me e sa della sua fame di animale maschio, conosce lo sguardo nei suoi occhi quando puntano un animale femmina. Ma Noor, dice divertito, a questo riguardo è un dilettante; non ricordo il nome e non ha nessuna importanza, quell'altro ne ha ventisette con tre, una media di nove per moglie, e di anni ne ha quanti ne abbiamo noi. Non posso evitare quattro conti, nove mesi per figlio, il pensiero corre a ciascuna continuamente gravida per anni. Ma a loro, alle donne, piace. Mohammed su questo non ha dubbi, non ha dubbi su niente riguardo alla famiglia, ai figli, riguardo alle donne somale. A Garissa la corrente è un optional, lavoriamo appena ce n'è per tenere accese le macchine, notte o giorno fa poca differenza, di tempo per recuperare il sonno ne abbiamo ma non sempre lo spendiamo a dormire. La sera non è il caldo secco e torrido del giorno, la brezza che non smette mai a sera è fresca che sfiora il freddo e il buio non è mai del tutto nero, a me qui la luna sembra sempre piena per la luce che sempre fa. Nonostante la sabbia qualche albero attorno resiste, anche il verde è un optional e la nostra casa è un'oasi che fa dimenticare l'arsura di qualche metro più in là. Mohammed non conosce il silenzio, se non parla si ammala, se si stende dorme all'istante e la sera è un fiume in piena. La religione non ammette pianificazione familiare e i figli sono sempre bene accetti, un dono di Dio. La religione non parla di uguaglianza tra maschio e femmina, la religione parla di equità. A cominciare da Adamo ed Eva può sembrare una storia lunga ma sta tutta lì; Dio creò Adamo, il maschio, e dal maschio generò la femmina, Eva; fine della storia. Mohammed anche su questo dubbi non ne ha, perché porseli se è così che sta scritto? Sarebbe diverso se fosse scritto diverso, se la storia fosse stata diversa, perché Adamo ed Eva sono storia, mica simboli della creazione universale. Adamo creato ed Eva generata, sarebbe diverso se Dio avesse creato entrambi ognuno per proprio conto ma se Dio ha voluto così perché mai noi dovremmo dubitare o, peggio, interpretare? La storia finisce là dove comincia. Una storia brevissima, un punto. Perciò a ciascuno il suo ruolo, quello che Dio ha assegnato. Se fossi femmina farei la femmina, sono maschio e faccio il maschio. L'anno scorso la differenza con il popolo musulmano del Senegal l'avevo raccolta nel velo alle donne, non tutte e non tutte con lo stesso velo; di donne senegalesi senza volto non me ne ricordo. E le forme, le forme disegnate dai vestiti attillati stretti, perché se non per provocare? Che solo gli occhi siano ammessi di essere esposti, quando anche solo gli occhi, perché anche gli occhi possono indurre in tentazione. Mohammed non ha obiezioni alla mia, è il maschio ad essere debole, se il maschio non fosse tentato non ci sarebbe ragione per il velo. Finanche lui, così innamorato della sua famiglia, di ognuno dei suoi figli senza eccezione né preferenza e di sua moglie, che gli si illuminano gli occhi ad ogni minimo accenno; finanche lui che la moglie non l'ha mai tradita, per quante donne gli si siano offerte e gli si offrano; lui che altre mogli oltre la sua non ne vuole, per quanto gli sia permesso; finanche lui è tentato. E di tanto in tanto, con il suo fare amabile da padre di famiglia senza darsene aria, redarguisce qualche studentessa in maglietta dal collo a vu. Non posso fare a meno di pensare al nostro "e non ci indurre in tentazione" del nostro cristiano Padrenostro.

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