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Conobbi un uomo tanto tempo fa

Conobbi un uomo tanto tempo fa. Un uomo che entrò nella mia vita tanto velocemente quanto ve ne uscì. Le nostre persone, i nostri corpi, le nostre menti si incrociarono per caso in una fredda notte di novembre, in un locale di seconda scelta frequentato soltanto da ubriachi cronici, clienti cinquantenni abituali amici del proprietario e, di tanto in tanto, turisti in cerca di informazioni. Le nostre strade decisero di intercettarsi in quella notte, in quel posto e in quelle circostanze, per poi tornare a scorrere libere nell'immensa costellazione di bivi in mezzo alla quale la vita ti pone sin dalla nascita. Si incontrarono, per poi non sapere più niente dell'una e dell'altra, come è accaduto in altre centinaia di circostanze simili dovute a conoscenze che nell'arco della mia esistenza mi è ovviamente capitato di fare. Posso però affermare che quella, senza ombra di dubbio, è stata la più significativa, la più importante. Sono stati necessari solo pochi minuti del suo tempo per farmi riflettere, ma soprattutto per mettermi in condizioni tali di farlo da quel momento in poi: non pensate che le sue parole mi abbiano fatto capire di punto in bianco il significato della vita, il senso dell'esistere o altre analoghe frasi fatte, perché non è così. Sappiate, però, che il breve colloquio di quella sera ha messo in moto un meccanismo all'interno del mio cervello. Un lento processo di auto-constatazione, l'evoluzione del quale, con il trascorrere degli anni e delle situazioni quotidiane di vita, mi ha dato l'opportunità di vivere meglio, senza timori o rimpianti, di trascorrere un'esistenza molto più tranquilla e soddisfacente di quella che tanti falsi mentori odierni vogliono farci credere di stare conducendo.
Ma lasciate che vi descriva la scintilla vitale che quest'uomo ha saputo donarmi, forse inconsciamente, forse volutamente. Non potrò mai saperlo questo.

Avevo 27 anni. Quello che stavo attraversando era un periodo particolarmente statico della mia vita, decisamente regolare. Avevo una ragazza, con la quale mantenevo una relazione stabile da più di 3 anni ormai, avevo un lavoro decente che ci permetteva di pagare le rate del mutuo. Avevamo una casa di tutto rispetto. Un'auto di media cilindrata. Una vita, direi, più che normale.
Ero felice. Chi non lo sarebbe stato? Nella società di oggi, in cui siamo stati inseriti senza prima venire neanche interpellati, non sono poi molti i requisiti per una esistenza tranquilla. Avevo memoria del passato, vivevo un bel presente ma ignoravo, logicamente, il futuro. In quel mio presente complicazioni e difficoltà varie non trovavano granché spazio, vuoi per una serie di circostanze fortunate, vuoi per una corretta e sensata gestione del passato, vuoi per causa del mio carattere, che non proclama i problemi se non sono effettivamente tali e pericolosamente minacciosi. Fatto sta che la vita scorreva serena, anche se ancora non sapessi cosa fosse la vita in realtà. Lo avrei scoperto gradualmente nel giro di pochi anni.
Una sera, quella sera, la mia ragazza aveva deciso di trascorrere un po' di tempo con le sue amiche ed io, in preda ad un attacco di rara oppressione per le mura della mia casa, decisi di andare a farmi una bevuta nel primo locale che avessi trovato. Andai a piedi, anche solo pensare di prendere l'auto mi dava fastidio. Percorsi poco più di trecento metri di marciapiede prima di scorgere un localino sulla mia destra. Entrai.

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