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Addio Lugano

L'andamento curvo del sottopassaggio e il via vai dei passanti mi impedivano di vedere se il mio amico fosse lì, al suo solito posto.
Poi il suono della chitarra e la voce lamentosa dell'armonica mi rassicurarono, c'era.
Lo avevo conosciuto otto anni prima, suonava l'armonica accompagnandosi con la chitarra per le strade del centro o nel grande sottopassaggio di via Rizzoli.
Ricordo che rimasi affascinato da come suonava l'armonica e da cosa era capace di tirar fuori da quel semplice strumento.
Anch'io la suonavo, peggio, molto peggio di lui.
Un giorno mi feci coraggio, lo avvicinai e gli chiesi consigli sulla tecnica e da quel giorno, con pazienza, mi spiegò tutti i segreti dell'armonica, dal glissaggio al bending, dallo staccato al blocking.
Mi disse che li aveva appresi dai braccianti negri, negli Stati Uniti dove era emigrato verso la fine degli anni trenta perché perseguitato politico in quanto di fede anarchica.
Facendo un po' di conti e a vederlo dall'aspetto, la sua storia non reggeva molto ma mi piaceva immaginarlo negli States mentre si spostava, bracciante errabondo, da una fattoria all'altra come un personaggio dei romanzi di Steinbeck.
Quando ritenne che fossi pronto mi fece suonare con lui in pubblico, non dimenticherò mai l'emozione di quella prima volta.
Ora lo avevo davanti a me, non lo vedevo da due anni, era dimagrito, il volto pallido, emaciato e dall'armonica usciva un suono debole, fiacco.
Quando mi vide strizzò l'occhio e continuò a suonare, finito il pezzo mi salutò come se ci fossimo lasciati il giorno prima:
" Ce l'hai... lo so che ce l'hai... dai suoniamo assieme, come ai vecchi tempi".
Sfilai l'armonica dalla tasca dei jeans e l'imboccai, non mi disse che pezzo avremmo suonato, ma io sapevo cosa.
Battè tre volte il piede ed attaccammo in sincrono Addio Lugano, la canzone che narra degli anarchici che vennero cacciati dalla Confederazione Elvetica.
Un paio di volte staccò la bocca dall'armonica per cantare a bassa voce alcune strofe, poi si riaccodò a sottolineare il refrain.
Alla fine, guardandomi negli occhi disse:
"Non ho più fiato... ho un maledetto cancro che mi morde dentro, ma non gli voglio dare soddisfazione...".
Fece finta di armeggiare attorno alla chitarra e senza guardarmi disse a voce bassa, ma ferma:
"Mi ha fatto piacere rivederti... ma ora vai, cazzo... non voglio che tu mi veda piangere".

 

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1 recensioni:

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  • Anonimo il 09/12/2014 09:07
    Quale migliore addio ad un amico se non quell'armonia di suoni che unisce intimamente gli animi. Per non parlare della condivisioni di pensieri che, muta, li unisce! Mi hai fatto commuovere. Ti avrò visto forse, in quel sottopasso di via Rizzoli. Bravo.

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