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Il mese del Bartorelli

Maggio è il mese mariano per i credenti ed è il mese della rosa, che dei poeti è il fiore; per noi delle appena inaugurate scuole Elementari Puccini di via Emilio Zola, nel 1973, fu il mese del Bartorelli.

Nei primi giorni, dopo le feste laiche della liberazione e del primo maggio, arrivò il giorno che eravamo uno in più in classe.
L'ultimo mese e mezzo di scuola, con l'arrivo del Luna Park, si aggiunse l'errante Bartorelli che girava le "scuole del regno" in concomitanza del pellegrinare della sua famiglia di giostrai.

Fu l'ingresso della novità in una classe molto omogenea nella provenienza sociale. Si distingueva per quei capelli lunghi, fuori ordinanza, i denti davanti accavallati e l'aria di chi è più grande, ci si sente, e lo fa sembrare agli altri.
I lineamenti erano vagamente somiglianti a quelli degli indiani d'America, come il colorito olivastro della carnagione.
Anche il suo grembiule non era come il nostro, era quasi una giacchetta da adulto dalla quale usciva il colletto bianco che, nel suo caso, aveva la parvenza di una camicia, agevolata dal suo tenere il fiocco azzurro costantemente sciolto dando l'impressione di avere la cravatta con un nodo piccolo.
Ricordava, per certi aspetti, i ragazzi di Pietralata di Bruno Cirino, dello sceneggiato "Diario di un maestro" che trasmisero in televisione quell'anno. Finito lo sceneggiato a marzo, come a dimostrazione della sua veridicità, arrivò lui. Il suo parlare strascicato e l'assenza assoluta di timore nella terribile maestra Lina aumentava il fascino del personaggio.
I pantaloni, che per noi erano ancora corti per gran parte delle giornate, con la possibilità del pantalone lungo solo per le occasioni ufficiali, e comunque niente che non fosse classico con la riga, per lui erano jeans o da ginnastica, pur mantenendo la zampa di elefante che era la foggia dell'epoca.
Impreziosivano, per noi, il personaggio, la disponibilità di gettoni per le automobili dell'autoscontro, di plastica multicolore, che ci elargiva generosamente.

Il suo fu il segno che le elementari stavano per finire, venne per darne il segnale di chiusura, la sirena dello scadere del tempo, i tre fischi arbitrali. Cominciò il conto alla rovescia per la fine dell'anno scolastico, e il Luna Park fu un'anticipazione delle ormai prossime vacanze estive.

L'anno dopo sarebbe cominciata l'avventura delle scuole medie, l'addio al grembiule nero, al fiocco azzurro e ai pantaloni corti.

L'errante Bartorelli, anche lui, avrebbe continuato la sua avventura, in altre "scuole del regno" a dispensare i suoi gettoni colorati.

 

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4 commenti     1 recensioni    

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1 recensioni:

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  • Anonimo il 26/02/2015 15:05
    me l'ero perso... seguendo Chira eccomi qui... come è simile la nostra vita: anch'io ho gli stessi ricordi, il nostro compagno di classe si chiamava Esteban... ho scritto un racconto anni fa, anzi ho scritto un libro con i racconti di tutti i compagni di scuola e di giochi... magari lo pubblico e te lo dedico... il racconto dico. ciaociao

4 commenti:

  • Stanislao Mounlisky il 28/02/2015 08:58
    bella atmosfera ben raccontata, complimenti
  • Anonimo il 26/02/2015 17:29
    Verissimo... Venditti docet... eheheheh... domani lo posto. ciaociao
  • Glauco Ballantini il 26/02/2015 15:57
    @ chiara - Il luna park, con la sua breve provvisorietà è il paese dei balocchi che sfuma "come un bel sogno inutile che si sveglia al mattino" per dirla con De Andrè. Sarà per quello che poi, almeno per me, il luna park da grasndi sa di triste...
    @ giacomo aspetto i racconti dei compagni di scuola e di giochi, per ricordare come eravamo prima di "entrare in banca" stavolta Venditti docet...
  • Chira il 26/02/2015 14:45
    Tenerezza, nostalgia, il fantasticare su personaggi che rappresentavano "l'avventura" e "la libertà ". Mi hai riportato dai più profondi recessi il "mio giostraio!. Per anni ho aspettato l'estate solo per vederlo: sapevo il suo nome... era il più bel ragazzino che avessi mai visto. La giostra si spostava dopo pochi giorni portando via con Lui l'estate e i miei primi palpiti. Poi divenni grande...
    Chiara

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