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Telefono senza fili

"Invecchieremo, vedrai..." mormorava Marcello nel barattolo, era bambino e la vocina a fatica restava attaccata al filo e a fatica lo percorreva, come si percorre un ponte di corda sospeso a picco fra due montagne e giunta all'altro capo, all'orecchio di Clara, un orecchio di una bambina, un orecchio di porcellana, un orecchio che è innocente solo per chi crede di aver sentito tutto, quella vocina era già grande. È solo l'incertezza del percorso, il barcollare delle parole appese per l'appunto a un filo, il proseguire accorti un passo alla volta per testare aggrappati alle corde ogni singola tavola di legno che il piede calpesta, è l'insicurezza che ci rende adulti. Non grandi, badate bene, ma adulti. La grandezza non ha niente a che vedere con l'età, la grandezza misura lo spazio, il tempo non è mai grande. "Invecchieremo vedrai..." mormorava Marcello nel barattolo. La saggezza non ha niente di vissuto, di adulto, di vecchio, è pura improvvisazione, non appartiene alle barbe lunghe e bianche e a volti scavati dalle rughe e a borse piene di anni sotto agli occhi, è infantile, incosciente, grezza come la voce di un bambino, ma non è bambina, né adulta, né vecchia. Corre su un filo, in bilico su uno strapiombo di banalità e spesso appartiene ai mocciosi solamente.
Clara non è mai diventata adulta, non voleva. La maturità incorniciata e appesa al muro, il giudizio estratto dalla bocca con una pinza chirurgica, gli appellativi e i titoli davanti al proprio nome o addirittura a sostituirlo, come se ciò che rappresentassi nel mondo fosse più importante di chi effettivamente sei. Dott. ssa Clara, tu sei Clara, unicamente Clara, dottoressa lo sei diventata solamente. "Invecchieremo vedrai..." ma non saremo mai adulti pensava Clara. Gli adulti sono quelli ormai troppo vecchi per vivere e troppo giovani per la morte. Una via di mezzo che la saggezza non tollera, proprio perché non c'è alcuna via di mezzo nella grandezza. Ho detto grandezza? Si, è la stessa cosa. La grandezza, ripeto, grandezza. Essere Grandi. Come si può stabilire la metà di un qualcosa che non finisce? E non parlo dell'universo perché Clara sa bene che l'universo non è che non finisce, ma semplicemente non è misurabile, quindi in via del tutto teorica anche l'universo possiede una via di mezzo, un centro. Ma la grandezza? L'amore? La saggezza? La miseria? Come riescono tutte queste forze a stare in piedi pur non poggiando su nulla?
Per fortuna, risponderebbe Clara, tutte queste forze non hanno vie di mezzo o sarebbero comprensibili e voi vorreste davvero comprendere l'amore? Che razza di mostri siete? Vorreste poterlo spiegare davanti a un pubblico, catalogando le varie fasi, illustrandone lo sviluppo, indicando i picchi dell'emozione, i rimedi contro la sofferenza, ma che razza d'idioti siete? Credete davvero che tutto ciò che esiste può essere colto? "Invecchieremo, vedrai..." Quanto aveva impiegato quella frase ad arrivare all'altro capo del filo, dove la mano scheletrica di Clara teneva il barattolo, quella mano avvolta da pelle molle, aggrinzita e vene blu e vene verdi che s'accavallano come serpenti e qualche neo e alcune lentiggini arancioni e una fede d'oro con scritto "Per sempre non esiste", che nemmeno la morte è una fine certa ma solo una certa fine, una delle tante. Quanto tempo occorre ad una frase per diventare vera, reale?! Un attimo fa Marcello era solo un bambino che parlava attraverso un barattolo e Clara solo una bambina che rideva perché riusciva a sentirlo, ma Marcello non le ha mai detto quella frase. "Mi senti? passo! Mi senti? Qui è il comandante dall'avamposto sull'albero, Clara, mi ricevi?! Passo!" e gracchiava interferenze come se fosse una comunicazione fra la Terra e lo spazio, come se ce ne fosse bisogno delle interferenze, che quel filo non ha mai portato in salvo tutte quelle parole sull'altra riva. Eppure tutte quelle parole, tutti quei rumori e quei respiri disturbati e quei tonfi e quelle interferenze create ad arte o vere, dovute semplicemente alla carenza rudimentale del mezzo, ora tutto questo all'orecchio di Clara suona in un solo modo, ora che Marcello non è più un bambino, né un vecchio (adulto non lo è mai stato) sente distintamente quella voce che lui ha avuto solo per un certo periodo di tempo e che non era né giovane, né vecchia ma profonda come tutte quelle cose che non finiscono e che non hanno vie di mezzo o un centro, come la grandezza o la saggezza o l'amore o la miseria. "Invecchieremo, vedrai..." Marcello non c'è più ormai da qualche anno. Clara riponeva ogni volta dopo averlo tirato fuori, quel vecchio telefono senza fili nel ripostiglio, gonfio di cose gonfie di significati, ma senza più alcuna utilità e ripensava a ciò che solo lei sentiva e che Marcello non gli aveva mai detto ma che adesso sembrava non sussurrare altro al suo orecchio. Non era un monito, né una constatazione, non era niente di importante, solo una frase d'amore di quelle che al primo ascolto non sembrano affatto tali e che forse nessuno ti dirà mai perché certi agglomerati di parole esistono soltanto nella tua testa e suonano in un certo modo solo per te. In una stanza vuota come quella del suo appartamento, Clara sapeva che tutto questo non era altro che un terribile scherzo dei suoi anni ed anche quella frase era uno scherzo, ma incredibilmente romantico. E si, sapeva pure che sarebbe invecchiata ma non avrebbe mai pensato che un giorno sentirsi vecchia l'avrebbe fatta ridere. Perché quella frase era così, la faceva ridere e in lei suonava sempre allo stesso modo: era bonaria, dolce, fanciullesca ma profonda come l'abisso che si scorge negli occhi neri dello squalo, era cinica ma non risolutiva, violenta solo nel senso letterale, come uno schiaffo che dai per gioco all'amico che non rivedi da tempo e a cui dici: "mannaggia a te!", era come la frase incisa nella fede che portava ancora al dito, anche la vecchiaia finisce e pure la vita e pure la morte, "per sempre non esiste". Ogni volta che Clara riprendeva in mano il barattolo e sentiva quella frase, rideva e scuoteva la testa. E rideva pure con gli occhi e pure con tutte le rughe del viso, che curvavano e poi si appiattivano e le disegnavano sulla pelle sentieri sempre nuovi e curve e solchi rettilinei e ancora curve; rideva e poi balbettava ironicamente nel barattolo: "Comandante, sissignore la ricevo, signore! Passo" e Marcello era ancora all'altro capo del filo e non era né vecchio, né bambino, né adulto.

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