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Nulla succede per caso

È novembre, i cortili delle case del vecchio rione di Nuoro sono ancora fioriti, sono i fiori dei morti dai colori così variegati da sembrare ortensie, margherite, raccolti in cespugli odorosi come quelli che troviamo nelle tombe dei nostri cari. Nessuno, in questo paese, terrebbe fiori recisi di crisantemo per adornare la casa. Conoscevo solo due sorelle, Michelina e Badora che, invece, adoravano quei fiori e li riponevano in tanti vasi, sparsi per le stanze, perciò ogni volta che entravo nella loro casa mi pareva d'entrare in cimitero. Lo facevano sicuramente per risparmiare, infatti di loro si diceva che, quando aprivano il borsellino, più che monete tirassero fuori ragnatele.
Una mattina, Michelina, mi chiamò al telefono: " Venga, venga, una tragedia!" Non mi diede neppure il tempo di capire che già aveva abbassato la cornetta. Carmelina aveva settantacinque anni, viveva con la sorella Badora di due anni più grande. Due signorine scontrose e diffidenti che, con il loro modo di fare, s'erano create molte antipatie. Possedevano una casa nel vecchio quartiere, con le finestre che davano sulla strada chiuse da fitte inferriate; a dire il vero era un viottolo che permetteva il passaggio solo di mezzi molto piccoli. Loro due osservavano il via vai da dietro le finestre, dove le tendine si scostavano ogni tanto, rapidamente, mosse da mani invisibili. Spiavano.. e s'accorgevano di tutto, sapevano tutto di tutti, senza uscire mai di casa. Nel vicinato si bisbigliava ; quando mi vedevano uscire dalla loro casa, i più sfrontati osavano chiedermi: " sono ancora vive?". Rispondevo con un sorriso di circostanza e con un po' d'imbarazzo. Era diventato difficile per i bambini del vicinato giocare in un cortile adiacente a quello delle due sorelle, perché più d'una volta le due, in particolare Carmelina, avevano l'abitudine di cacciarli via buttando loro addosso lavamani colmi d'acqua, mentre quelle creature infervorate schiamazzavano correndo appresso ad un pallone. Ogni volta che venivo chiamata per una visita domiciliare, Carmelina sostava dietro la porta per qualche minuto e mi permetteva di varcare la soglia soltanto dopo essersi accertata che la strada fosse deserta, per evitare sguardi indiscreti all'interno della sua abitazione.. Strane? sicuramente lo erano, ma a me riservavano un buon caffè e anche qualche abbraccio. Uscivo dalla loro casa sommersa di raccomandazioni: " non dica niente di noi! mi! se incontra Pepina, stia attenta! mi che è una volpe!"
Dopo quella telefonata così concitata, pur non sapendo di cosa si trattasse, mi precipitai dalle due sorelle. Carmelina m'apri la porta con il solito rito di sospetto e appena fummo in cucina mi disse che la sorella s'era rifugiata in soffitta e non rispondeva, pensava fosse morta. In effetti Badora le aveva risposto intorno alle ventidue e le aveva promesso che sarebbe scesa subito per andare a dormire. "Questa mattina, dopo averla cercata nella sua camera e poi in cucina con esito negativo, sono salita nelle scale che portano in soffitta per verificare e... oi.. sorre mea!(povera sorella!) "Nella soffitta, che odorava di stantio, in mezzo al caos più totale, tra cianfrusaglie d'ogni tipo, sedie vecchie, tubi, barattoli di vernice, vasi da notte, scarpe, in un lettino sporco e maleodorante.. giaceva Badora. Giaceva in evidente stato di rigidità cadaverica, con la bocca aperta e gli occhi spalancati, mentre un braccio penzolava rigido e sembrava indicare qualcosa o qualcuno. Naturalmente feci l'ispezione del cadavere come di rito e ripetendo che tutto era avvenuto naturalmente, per un arresto cardiaco, le dissi: "Carmelì, è proprio morta, mi dispiace! Ora bisogna avvisare qualcuno dei tuoi parenti.." Mai avessi pronunciato questa frase!" In domo mea, non b'intra niunu." (in casa mia non entra nessuno!)M'invitò, quasi implorandomi, a darle una mano per riportare il cadavere al piano sottostante, per evitare che si scoprisse ch'era morta in quel letamaio. Io, purtroppo, essendo molto sensibile alla sofferenza altrui, accettai di collaborare senza pensarci due volte. Il cadavere di Badora era già rigido, con la bocca aperta e gli occhi spalancati, un braccio poggiato sul petto e l'altro disteso come il braccio del vigile che indica la direzione in cui andare. Un corpo morto che non si poteva modificare. Per chiudere quel braccio e piegarlo sul petto avremmo dovuto usare il martello. La porta, poi, era talmente stretta che bisognava passare in fila indiana. Anche la scala, attraverso cui avremmo dovuto raggiungere il soggiorno, era talmente basculante che temevo non avrebbe retto tutto quel peso. Ormai non potevamo indugiare oltre. Decisi che io avrei tenuto le gambe, stando indietro, e Badora mi avrebbe preceduto tenendo la testa. Cercammo di far ruotare il cadavere di almeno trenta gradi, per poter far passare il braccio teso attraverso la porta. Ci volle molta forza per arrivare alla scala, non immaginate quanto pesi un corpo morto! Piano piano, gradino dopo gradino iniziammo la discesa, tra pianto e lamenti funebri. Badora cantava e si lamentava: " Oi sorre mea!, oi sorre!" (povera sorella mia!)Ma ecco che. . vuoi per le lacrime che le avevano offuscato gli occhi, vuoi per la disattenzione, Carmelina inciampa, perde l'equilibrio e per non cadere mi strattona e mi strappa la morta dalle mani e aggrappata a quest'ultima rotola nel rimanente tratto di scala. Io rimango in bilico, la scala traballa e anche io volo, cadendo sul cadavere della donna e contemporaneamente sopra Carmelina. Mamma che botta! in una frazione di secondo avverto subito un grande dolore al torace. Penso ad una frattura costale. Mi alzo e cerco di aiutare Carmelina a staccarsi dal peso della deceduta; la poveretta riprende la sua stazione eretta con fatica, mentre un piccolo dolore al ginocchio la costringe a un flebile lamento. Intanto il cadavere nella caduta si è ricomposto, la bocca e gli occhi si sono chiusi ed il braccio teso si è piegato sul petto. Non tutti i mali vengono per nuocere! direbbe qualcuno! Riusciamo, con tutta la forza rimasta, ad adagiare Badora sul suo letto e prima che venissi coinvolta in altre faccende, propongo a Carmelina di far intervenire il prete e le pompe funebri, che si sarebbero occupate di tutto. Nonostante il dolore al ginocchio mi ringraziò piangendo ed io con il pensiero della fuga le risposi: "Atras bortas!"(alla prossima..) . Mi accorsi subito della gaffe, ma.. il mio pensiero era rivolto al Signore che mi aveva fatto uscire incolume da una situazione a dir poco anche ridicola. Mi pareva di aver assistito ad un film di Totò. Sarebbe comunque diventato ridicolo che un morto facesse anche due vittime!!

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2 commenti:

  • Anonimo il 10/05/2015 09:59
    Nelle nostre comunità( il fatto descritto risale a circa venti anni or sono) si è soliti, quando muore qualcuno, seguire la tradizione che vuole che il defunto venga esposto su un letto particolare(lenzuola bianche con il pizzo) perché parenti e amici possano dargli l'estremo saluto. Viene poi chiuso nella bara alcune ore prima del seppellimento. La persona deceduta, viene immediatamente sottoposta, prima che inizi il rigor mortis, a tutta una serie di attenzioni affinché appaia serena abbandonata ad un lungo sonno. Il cadavere veniva steso in un letto con i piedi verso l'uscio, perché da lì sarebbe partito verso la sua nuova vita, le tende tirate, le finestre chiuse e gli specchi velati, che lì vi si impigliavano le anime. La presenza di quel braccio rigido, gli occhi e la bocca aperta sarebbe stato uno scandalo! Ecco che la caduta, ricomponendo il cadavere, è stata d'aiuto... Nulla succede per caso... Grazie STAN spero di aver risposto alla tua domanda. Antonina.
  • Stanislao Mounlisky il 03/05/2015 21:04
    Il racconto è tragicomico e si legge con piacere. Mi sfugge, però, il perchè del titolo...

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