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Litho

Andammo a dormire alle dieci di sera, come ormai facevamo tutte le sere da circa un mese a quella parte.
Tu avevi un pigiama in due pezzi, bianco, con un disegno argentato di una coppia di orsi che guardano il cielo: "starry starry night", come il titolo della canzone di McLean.
Hai sempre amato ogni tipo di musica, e in campo artistico non ho mai conosciuto una persona che ne sapesse quanto te di cantanti e canzoni. Eri una specie di guru in materia, eppure sono convinto che proprio quella lì non la conoscevi (non la conoscevo neanche io fino a qualche giorno fa).
Ci stendemmo sul letto senza infilarci nelle lenzuola, era la prima settimana di maggio e il freddo che spesso avvolgeva la tua casa perdeva pian piano vigore. Tu eri sdraiata su di me, torace contro torace, in una posizione che vista da fuori sarebbe sembrata ridicola; somigliavi a una bimba di pezza gettata bocconi su un uomo. A me però piaceva tanto e ricordo che ti abbracciavo sempre forte, con braccia e gambe insieme, in quel misto di comicità e romanticismo che ci è sempre stato proprio. Io ti amavo, Chiara. Io ti amavo, e tu lo sapevi, te lo ripetevo ogni giorno al mattino, rendendo grazie a quel sorriso che mi donavi ogni volta al risveglio. Io ti amavo ma quella volta non te lo dissi, né tu lo chiedesti come spesso facevi nel letto "mi ami? mi ami? mi ami?", ripetendo sempre la stessa domanda fino a quando o dicevo di sì o ti mandavo al diavolo. Tu ti divertivi tantissimo. Io mi impegnavo a fare il finto offeso.
Quella sera era diversa, Chiara, lo si vedeva dai tuoi occhi grigi, lo si capiva dai tuoi affanni mentre cercavi di addormentarti, lo si sentiva nella tua voce mentre mi parlavi del lavoro, raccontandomi la tua giornata passata a lezione da Andrea.
Mi hai detto che il tempo è infinito, che i Greci lo avevano capito, e che conservavano questo sapere nei loro miti e nei loro racconti. Hai raccontato anche tu, poi; la favola di Filemone e Bauci, due anziani innamorati da più di cent'anni e che ormai prossimi alla morte avevano trovato il modo per andarsene insieme, con l'aiuto di un Dio lì pronto a trasformarli in un duplice albero: un tiglio e una quercia legati l'uno all'altra in eterno.
Adesso, io non so se tu abbia mai creduto in Dio o meno. Se ne avevi una tua idea personale, o se semplicemente non ne parlavi. Io non lo so... ma continuo a pensare a quella favola, al perché me l'hai raccontata e al modo in cui l'hai fatto. Tu lo avevi capito, Chiara, tu lo avevi capito ma non me lo hai detto. Sapevi cosa stava per succedere ed è per questo che tu, quella sera, prima di chiudere gli occhi, mi hai sorriso.

 

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