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L'amantide felina

1° ATTO

Ci sono tanti modi di vivere la vita, alcuni eccezionali altri vegetali ma, l'importante è essere vivi. No, io credo che l'importante sia viverla in pieno, in ogni momento, in ogni attimo, in ogni respiro perché nessuno sa se quel respiro è l'ultimo soffio d'aria che passa dai tuoi polmoni.
Ho letto da qualche parte che, qualcuno una volta ha detto che tutti vivono, ma non tutti possono dire di aver vissuto o qualcosa di simile. Condivido perfettamente quest'idea e odio le persone che vivono in attesa di non si sa cosa, senza alcun tipo di responsabilità o entusiasmo, sia questo dovuto a cose belle o brutte.
Ecco... la mia vita era così.
Una sottospecie di essere umano che, in attesa di giudizio, viveva senza giudizio, e faceva scorrere gli attimi della propria vita come se fosse stata infinita.
Questo era quello che ero prima.
Prima che tutto accadesse.
Dopo, non so quante vite ho vissuto e per quante volte sono morta e tornata, ma so che quello che mi è successo e che sto per raccontarvi ha fatto in modo che io morissi e nascessi per molte volte e che cambiassi completamente atteggiamento nei confronti di me stessa.
Non sono mai stata un granché brillante e di successo. Già la partenza era sbagliata. I miei faticavano ad avermi e forse era meglio se non ero nata. Questo è quello che ho pensato con molta convinzione per un bel po' d'anni. Magra, bruttina, malaticcia, antipatica.
Sì antipatica vista la reazione del parentado nei miei confronti. Una miriade di parenti che si preferivano l'un l'altro escludendomi praticamente a priori.
Io non ero nel conto.

Vivevo in un piccolo paese dove tutti sanno tutto di tutti e dove tutti dovrebbero aiutarsi ed essere amici, in una grande casa di campagna, divisa con altre famiglie, con un bel cortile circondato da alberi e campi.
Mi piaceva tanto starmene al fresco sotto le grandi acacie a giocare con gli altri bambini ma dopo un po'succedeva sempre che rimanevo da sola.
Così prendevo uno dei miei tanti libri che i miei tenevano nella libreria, e mi mettevo a leggere.

La libreria che avevamo in salotto era per me un Sancta Sanctorum.
Mi aveva sempre ipnotizzato, come se fosse una cosa viva che custodiva i miei tesori.
Mi guardava dall'alto dei suoi ripiani, e mi chiamava sapendo che non avrei mai potuto resisterle.
Così io rispondevo al suo richiamo, prendevo una sedia, ci salivo, e arraffavo il primo libro che riuscivo a prendere.
Non importava che l'avessi già letto o meno.
Era come una persona: se la vedevo per la prima volta ero incuriosita di fare la sua conoscenza, se la conoscevo già ero contenta di vederla di nuovo.

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