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Il mio amico Bob

Il giorno in cui Bob, il mio caro amico Bob, perse la vita, a Catania pioveva come se non avesse dovuto più smettere. Era una di quelle giornate grigie di novembre che, per quanto brevi, sembrano non finire mai; sia per loro, che senza degnarci di uno sguardo ci lasciano marcire nella spazzatura, sia per noi, evidentemente, costretti a rivangare nottetempo le carezze di un passato ormai lontano. La pioggia che infradicia le nostre vite, riducendole talvolta a meri stracci d'esistenza, è dunque la stessa; solo che noi, gli oppressi, non ne facciamo un dramma, viviamo d'istinto, non ci importa di cercare riparo a ogni costo, mentre loro, gli oppressori, no, si credono speciali, se ne stanno guardinghi sotto il parapioggia della forma, plasmando, per gerarchizzare il mondo, falsi miti, false credenze, di cui, peraltro, non hanno mai avuto la chiave.
Rannicchiato in un angolo, Bob teneva stretto tra i denti quello che sarebbe stato il suo ultimo pasto: due ossi di pollo di almeno tre giorni; e coi suoi due occhioni tristi ma vivaci mi fissava lungamente come se volesse chiedermi Vecchia Birba, ti lecchi i baffi, eh? Che ricordi! lui me la diceva spesso, questa cosa, quando ancora avevamo un tetto, e potevamo giocare a palla con quelli che credevamo la nostra famiglia; e ogni volta io gli rispondevo che, sì, mi leccavo i baffi perché ero felice.
A un tratto quattro ragazzi si fermarono davanti a noi, e ci osservarono con attenzione. Poi, uno di loro, dopo aver preso Bob per le orecchie, lo cosparse di benzina. Poveretto, non provò neppure a ribellarsi, il mio amico, debole e affranto com'era. Nell'espressione inquieta del suo volto mi parve di scorgere la stessa sofferenza di un'estata fa, quando, insieme a me, fu abbandonato sul ciglio di una strada senza nome; appunto da quelli che credevamo la nostra famiglia.
Subito, con un salto felino, mi scagliai contro quel piccolo aguzzino, graffiandolo in faccia; gesto vano, il mio, poiché fui preso da dietro da un suo compagno, e scagliato violentemente contro un muro. Mi si rizzarono tutti i peli.
Poco dopo, a Bob, fu dato fuoco. Mentre la sua innocenza bruciava come cera tra le fiamme, quei bastardi, cresciuti a coca-cola e prosciutto, ne riprendevano il dolore coi loro cellulari.
Nel frattempo, aveva smesso di piovere. Me ne scappai, piangendo, con la coda fra le gambe.
Oggi, raccontando ai posteri la storia di Bob, so che ne faccio soltanto letteratura per ciechi.

 

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1 commenti     2 recensioni    

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2 recensioni:

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  • Rocco Michele LETTINI il 04/06/2016 09:54
    UN PROFONDO ET TOCCANTE RACCONTO PER CHI HA ANCHE UN CUORE... LA STORIA DI BOB RATTRISTA... NON FACCIAMO LETTERATURA DEI CIECHI... GIUSTO, ANTONINO.
  • Ferdinando il 03/06/2016 11:37
    Hai descritto una triste realtà con una grande sagacia letteraria... complimenti Antonino.

1 commenti:

  • Gianni Spadavecchia il 05/06/2016 08:11
    Rabbia repressa che diviene rassegnazione.
    Storia triste e cruda, molto ben scritta.

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