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La donna che sfugge (Racconto)

Avevo caldo. Ricordo in primis, in quella camera d'albergo, di avere maledettamente caldo. Era la stagione dell'afa a Tivoli; zanzare e moschine d'ogni tipo s'aggiravano per la stanza rendendo la situazione ancora più asfissiante. Avevo quarant'anni e non mi trovavo a tu per tu con una donna da almeno due. Le luci rosse del neon dell'insegna illuminavano la strada, dando alla vista, da quell'opaca finestrella, un aspetto quantomeno affascinante.
Ciò che in quel periodo mi rendeva restio a qualunque tipo di approccio col sesso femminile -che fosse una tiepida scopata o un legame di portata superiore- era una sottile reticenza ad uscire dalla mia solitudine. Ero solo, bevevo molte birre durante il giorno, non lavoravo e soffrivo maledettamente tanto.
Ma quella sera ero lì, faccia a faccia con una perfetta sconosciuta. Lo sguardo irrimediabile che dal verde oscillava sul rubino, le labbra perfettamente carnose, un corpo da favola, le lunghe mani bianche colmate da sottili unghie smaltate che tenevano stretto un calice di vino. Si chiamava Sara, sapevo questo, niente di più. La conobbi a un bar vicino via San Martino; mi si mise a fianco davanti al bancone, ordinò dello scotch e mi gettò un'occhiata che mi fulminò.
"Non c'è molto movimento stasera"
"No" borbottai io prima di ingurgitare un sorso della Beck's che avevo ordinato.
"C'è una regola non scritta che dice che il Lunedì è il giorno meno indicato per uscire a fare una passeggiata. Se dovessi trovare un giorno in cui adoro starmene in centro a godermi la città, quello è senz'altro il Lunedì. Non amo le strade affollate"
"Ti posso capire." Dissi io intrigato da quella presenza indiscreta. Poi scese nuovamente il silenzio.
Ordinai altra birra e feci cenno al banconista di servire dello scotch per la signorina, lei fece un cenno d'assenso, quindi bevemmo i nostri bicchieri cullati solo dalla leggera musica che suonava in sottofondo.
"Come ti chiami?" Chiesi io, con fare disinvolto.
"Sara" rispose lei.
"E tu?"
"Giacomo, anche se gli amici mi chiamano Jack."
"Ed io forse da stasera potrei essere tua amica?"
"Forse" risposi io buttando giù un sorso di birra.
Passeggiammo a lungo per le strade deserte della città. Passeggiammo chiacchierando di quisquilie prive d'importanza. La luna era alta, velata dalla forte calura che rendeva l'aria come condensata sotto le stelle.
Era uno di quei rari momenti che aspetti per una vita intera prima di poterlo accarezzare. Certuni aspettano, ma quel momento non arriva mai. Per me era arrivato. Un momento perfetto. Sotto le stelle. A Tivoli, quella città che mi aveva dato tanta sofferenza.
Nella discussione arrivammo a parlare di poesia. Sara era un'amante del mio più caro diletto. Amava Neruda, Salinas ed Alfonsina Storni. Amava ciò che più di ogni altra cosa mi aveva salvato la vita.
"Ho scritto una poesia che mi fa pensare a te. Il titolo è "La donna che sfugge"

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2 recensioni:

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  • Vincenzo Capitanucci il 05/07/2016 17:07
    molto bello Ferdinando... Oh Alfonsina Storni.. colei che scese in fondo al mare per trovare nuovi versi..
  • vincent corbo il 05/07/2016 08:36
    Anch'io conoscevo una persona dal nome Giacomo che per gli amici era Jack... bel racconto.

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