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Il capitano Achab

Il quartiere, la notte, pareva essere un condensato di cattivi odori. Lui se la sentiva addosso quella puzza di morte; era la puzza della povertà, quel tanfo insostenibile che si trascinava, di continuo, per le strade della periferia; puzza di sudore stagnante, sudore fermo di due giorni, di sigarette e di birra.
Aveva 54 anni e la sua vita l'aveva spesa barcamenandosi tra un lavoro e un altro, mandando via una donna e conquistando la successiva. Era deluso e sfinito, "ma del resto a quell'età, chi non lo era?" pensava, "solo i ricchi avevano avuto dalla vita qualcosa di speciale".
Amava andare a fare lunghe passeggiate sopra la battigia, lo facevano sentire leggero, diceva. Si metteva per ore a fissare l'orizzonte, quando tramontava perlopiù o all'alba; e sapeva anche commuoversi davanti a uno spettacolo del genere.
"Un uomo che guarda un orizzonte in riva al mare è sempre un uomo vulnerabile", si persuadeva, "e poi buttare giù qualche lacrima fa bene allo spirito".
Ma quella mattina non era certo il massimo della vita mettersi a guardare l'orizzonte in riva al mare. C'era molto vento, un vento solido e tagliente, un vento freddo come fredda era la spiaggia, quasi gelata sotto quella stringente umidità. E poi il cielo sembrava presagire un temporale. Erano i primi giorni dell'inverno; il mare s'increspava in costanti e ripetute ondette che rendevano quello spettacolo quantomeno inquietante.
Lui, dal canto suo, pensava agli anni passati lontano da Messina, in giro, passando di lavoro in lavoro, a buttare sudore per conto di qualcun altro: qualcuno grasso e crudele, grasso come un budello infiammato e povero come un tronco di albero morto. Pisa, Pavia, Dusseldorf, Milano, Marano, Locate Varesino. Tutte città e paesi che avevano visto il suo lento disfacimento.
Pensava alla sua infanzia felice. Alle notti di Natale nella sua piccola casa di campagna. Erano sempre più di venti, c'era la famiglia al completo; era l'entusiasmo il motore a quei tempi, entusiasmo verso una vita tutta da scoprire, entusiasmo verso il grande salto dell'evoluzione.
Adesso il mondo gli si era svelato. Non amava il mondo, e la vita aveva perso quell'attrattiva dei tempi migliori.
Pensava a Maria, il suo primo amore, una quindicenne di paese, tutta casa, chiesa e bontà. L'aveva amata come si amano gli dei, l'aveva venerata ed inseguita, corteggiata, trasformata in una sorta di totem della redenzione.
Maria era il primo dei grandi sentimenti che aveva coltivato nella sua vita, e credetemi era stato un uomo molto passionale. Ora quel che gli restava era la solitudine, il vizio terribile dell'alcool ed una risicata pensione d'invalidità. Era un invalido psichiatrico; un bel giorno, sui 47 anni, dopo aver covato sentimenti ostili verso se stesso, cominciò a dar su i numeri, a fare certe bizze per così dire. Gli psichiatri lo chiamavano disagio schizoaffettivo, ma lui mica ce ne aveva di affetti a sto mondo.
Era solo, in riva al mare, in una fredda e tempestosa giornata d'inverno. Gli veniva voglia di piangere, anzi no, più che di piangere, gli veniva voglia di ruggire, di andarsene dall'altra parte del mondo a fare follie.
Così vide una barca verde con la vernice scrostata. Non ci pensò sù un attimo. Si mise a correre lungo la spiaggia, mentre cominciavano a venire giù fredde goccioline di pioggia. Il mare s'agitava sempre di più. Afferrò la barca e con tutta la sua forza la tirò brutalmente verso la riva. Quando la barca toccò l'acqua, gli salì sopra, imbracciando i grossi remi sistemati sulla prua del veicolo.
Quindi, remando con la forza di un leone, arrivò nel centro dello Stretto.
Le sue ultime parole furono "Io sono il capitano Achab!".

 

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1 recensioni:

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  • Vincenzo Capitanucci il 17/07/2016 07:34
    Un uomo che guarda un orizzonte in riva al mare è sempre un uomo vulnerabile...

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