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Sogno o realtà?

Ancora una volta sto guardando Mulholland Drive. La musica di Badalamenti avvolge ogni cosa. Le immagini possiedono qualcosa di inspiegabile. Non so... magnetismo direi. In questo mondo ci sono cose così, oscure, misteriose. L'uomo nero che appare all'improvviso, dal sogno alla realtà, i ruoli che si capovolgono, gli sguardi che si fermano qualche secondo sulla valle illuminata, dove la città-mostro pulsa di contraddizioni.


Questo è il capolavoro del regista visionario, nessuno osa metterlo più in dubbio, una celata simpatia per Hitckcock e Almodovar, ma uno stile personale e coinvolgente. L'apice della pellicola arriva con l'interpretazione di Rebekah del Rio che canta "Llorando" a cappella all'interno del suggestivo club "Silencio".


Per i primi tre quarti del film è difficile immaginare di trovarsi all'interno del sogno mostruoso di una giovane donna distrutta dai fallimenti e da un amore morboso, la scritta "Hollywood" sulle colline appare minacciosa e foriera di terribili presagi. Poi, complice una piccola scatola blu aperta da una chiave blu, ci riporta prepotentemente alla realtà. Una realtà carica di squallore e di mostri, che poi non sarebbero altro che le delusioni e i sensi di colpa e inadeguatezza che ognuno di noi si porta nell'inconscio come un fardello invisibile, pronto a esplodere con urla di terrore. La fine non può che essere tragica, accompagnata da immagini e suoni confusi e assordanti, come la realtà a volte sa essere.


Qual è il sogno? E quale la realtà? Esiste una linea di demarcazione? Forse, la Mulholland Drive, una lunga e tortuosa arteria della città degli angeli, illuminata di notte solo dai fari di qualche automobile impazzita e da luci spettrali che il cartello stradale rivolge allo spettatore stranito e sgomento.

 

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