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IL PROFESSORE

IL PROFESSORE
Avevo consumato faticosamente la distanza che separava il paese dal bivio Sarno-Nocera, quando mi fermai un instante a prender fiato, fingendomi interessata a ciò che Maria, la vecchia salumiera di via Murelle, mi andava dicendo sulla nipote Teresa. Erano circa le undici e tornavo dal mio lavoro di badante, presso un’anziana signora del centro storico di Salerno.
Era un’esistenza faticosa la mia, da bambina ero stata abituata al sacrificio: mio padre, un autista dispotico e risoluto, aveva costruito la sua piccola fortuna, mettendo moglie e figli a lavorare. Una vita di stenti, perché si potesse dire: la casa di Beppe Cardillo, la terra di Beppe Cardillo e così via, null’altro contava. La fanciullezza era trascorsa crescendo i miei fratellini più piccoli, tra lavori domestici e le colate (1), mentre le mie sorelle si rompevano la schiena in campagna e mia madre buttava via la sua vita e la sua salute. E pensare che, ancora oggi, quel santo uomo del mio genitore pensa di aver fatto le cose giuste e di aver operato per il meglio.
Lisa fu la prima a capire che la sua vita si sarebbe conclusa squallidamente in un piccolo borgo agricolo, con i calli alle mani ed i dolori nelle ossa, quegli stessi che ora dilaniavano le carni di nostra madre. Scappò di casa una mattina di settembre, dopo un grosso litigio in famiglia, quando si seppe della sua volgare tresca con lo zio, il marito della sorella di nostro padre. Beppe era bravo più a menar le mani, che a creare un dialogo con i figli, né gli interessavano i loro sogni e le loro esigenze. Ma forse era solo ignoranza e non cieco egoismo di chi non vede al di là del proprio naso.
Annamaria invece preferì vivere da sola, nel seminterrato dove faceva l’estetista, vivendo della simpatia dei clienti e di qualche buona amica. Di tanto in tanto, pranzava con noi, ma ora era libera di vivere la sua vita come meglio credeva.
Alessia era l’unica ad avere studiato, ma lo aveva pagato col duro lavoro dei campi. D’estate, finita la scuola, e fino alla fine di settembre, zappava, votava l’acqua (2), raccoglieva, caricava e portava i prodotti al mercato.
Mio fratello che, per una stupida scommessa, si ritrovava il singolare nome di Cannavale, avrebbe voluto studiare, ma i disegni paterni non collimavano con i suoi e fu così che in famiglia si ebbe un secondo camionista.
Era una famiglia laboriosa la nostra, lavoravamo come formichine industriose, per il grande sogno di Beppe Cardillo. Io ero troppo gracile per il lavoro dei campi e, fattisi grandicelli i miei fratelli, fui avviata al lavoro di fabbrica e divenni una brava pelatrice, fino al giorno in cui non rischiai di perdere una mano nei marchingegni del rullo di trasporto. Fu così che cercai di recuperare una parte dei miei sogni, iscrivendomi al corso per infermiera, presso la scuola di ostetricia di Salerno. Quel diploma mi permise di fare la badante di un’anziana signorina, con la quale trascorrevo la serata e tutta la notte, al terzo piano di un palazzo vetusto, dove erano rimasti solo i fantasmi che mi facevano compagnia ogni notte.
Dovevo fare di più, ero in una fase di stallo, tanto più che per accedere ai concorsi negli ospedali, occorreva un diploma. Fu questa la motivazione che mi spinse a scrivermi ad una scuola privata, uno di quei diplomifici che permettono alle sventurate come me di sentirsi al pari degli altri e pagavo le rette con il mio lavoro. A lungo andare, mi trovai in difficoltà a seguire i corsi, avevo bisogno di aiuto ed il caso mi diede una mano.

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2 commenti:

  • Anonimo il 16/06/2010 12:44
    Un bel racconto. Il mio commento : la sostanza, per poca che sia, è sempre meglio della più bella apparenza.

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