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Seduta a un bar

“Ciao” Qualcuno mi saluta. Chi è? Non so, non ho voglia di saperlo. Continuo a fissare quella tovaglia rossa, con piccoli filamenti di color oro, intrecciati tra loro a formare strani e bizzarri fiori, la mia mano torna al bicchiere, il terzo, e alzando la testa di colpo ingoio il liquido, la gola sembra infiammarsi, il calore mi sale lungo il petto, pochi istanti…poi più nulla. Lo sguardo torna a guardare in basso. Gli occhi stanchi e pesanti fissano la tovaglia di quel bar da ormai un’ora, che ci faccio qui? È la domanda che mi faccio ormai da 60 minuti. La risposta? La risposta è in un altro bicchiere di alcool, quell’alcool che almeno un po’ mi tira su, ma in fondo anche io so che non è vero. La testa si alza faticosamente e gli occhi vanno a scrutare l’orologio al polso, sono le undici, i miei genitori mi staranno aspettando. Chissene frega. Saranno in pensiero. Non è vero. Altro bicchiere. La testa comincia a girare, come al solito, la gente mi guarda. Che avete da fissarmi? Mai vista un’adolescente seduta a un bar? Patetica. Ecco cosa sono, la malinconia in persona. Chi dice che quando sei giovane ti senti forte? È una bugia, perché io sono giovane, e in questo momento ho voglia di uccidermi, di finirla con questa vita penosa e senza alcun senso. Quando sei adulto hai un lavoro. Noi? Noi cosa facciamo? La scuola è uno schifo, ci obbligano a sederci su degli stupidi banchi e ad ascoltare cose che la maggior parte delle volte non ci interessano, di cui non vogliamo sapere niente. Altro bicchiere. Quando sei adulto hai una famiglia, una moglie o un marito su cui contare, dei figli da amare. Noi? Noi abbiamo un ragazzo ogni tanto, che se ci va bene ci tradisce quando non guardiamo, perché la volta che lo vedi ti senti morire, morire dentro, poi pensi che forse non era quello giusto, e la storia ricomincia con qualcun altro. Il timore di essere lasciato, abbandonato al primo sbaglio, il dubbio di amarlo o meno, l’incertezza che lui ami te. Quando sei adulto ti senti realizzato. Noi? Noi non conosciamo neanche il vero significato di questa parola, e allora che facciamo? Cadiamo. Cosa ci aspetta? Chi saremo? O meglio…chi siamo? Mille domande, dubbi di ogni tipo invadono la tua mente, problemi che non voglio prendono possesso di me, maledico tutte le persone che ora non sono li con me, sedute al mio fianco, a togliermi questo dannatissimo alcool da sotto le dita. Perché i miei genitori non sono qui? Genitori? Io non ho dei genitori, quei due bastardi non hanno niente a che fare con me. Io non diventerò così, con il mio bambino sarà buona, la madre perfetta. Ma sai anche tu che non sarà così. Che non potrà mai essere così. La mano va a prendere un altro bicchiere, e poi ancora un altro. La testa ormai ti ha abbandonato, ma il tuo cuore continua a parlare, si fa spazio dentro di te un’assurda voglia di ridere, uno strano stato di felicità incontrollata, di abbandono puro, cedimento totale a un mondo che sembra perfetto. O almeno meglio di quello di sicuro. Ma dentro, nel profondo, sai che ridi per non piangere. Perché in quel momento non sei nessuno, sola al mondo, con una vita davanti, che non sai come affrontare. Hai paura. Tanta paura.
Gli occhi si chiudono, le forze mi abbandonano, e quella tovaglia rossa diventa il mio cuscino per un sonno che spero durerà in eterno.

 

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2 commenti:

  • Antonello Gualano il 14/09/2007 13:08
    riflessioni dure che, mi auguro, non ti appartengano in tutta la loro drammaticità. Il racconto è ben scritto e traspare con evidenza il tuo talento per l'introspezione.
  • sara rota il 07/09/2007 17:09
    Bel racconto... la tristezza in persona...

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