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Fotoricordo

Li guardo, ma sembrano guardarmi. Chi accasciato, chi impettito; ognuno appeso all'obiettivo della camera che inquadra il tempo di un diaframma inopportunamente apparso dal setaccio delle cose quotidiane che, a volte, la vita lascia scivolare dalla sua sottile trama.

Sorrisi e occhiate che s'aprono improvvisi nel cielo intero e chiaro di questa primavera, e volano le facce insieme alle stagioni e già la mente plana a scorrere nel vento nubi diafane che involano ricordi: spostano i paesaggi, mutano le impressioni, corrodono le antiche convinzioni.

Eppure, in ogni bacio dell’iride profana che spinge sulla carta in controluce, dietro l'immobile riflesso d'ogni gesto immortalato, si legge ancora, profonda, l’immane, ridicola, bambina sicurezza che tutto ciò che è stato sarebbe stato... sempre.

Lo gridano quegli occhi e quelle bocche, impressi nel muto fissante fotografico; fa eco la memoria, mimando le parole con cui era solita sperare: "Non si cambia, non si può cambiare"…

Magra confusione adolescente, che ancora sapeva coccolare lo spirito e le membra e dava l'impressione di contendersi l'intero spazio della vita…

Poi un giorno: esigenze troppo diverse, disponibilità non eguali ad un rapporto intimo e immediato col mondo e le sue cose, differenti struggimenti culturali, passioni… Tutto assumerà un suo peso specifico e sarà più alto della capacità d’ognuno di tenersi reciprocamente a galla…

Ma in questa foto, in questa foto apparsa dal cappello impolverato del trasloco di me stesso che tutto si impacchetta e si allontana, in questa foto no. In questa foto ancora garriscono le belle bandiere della spensieratezza e non ci sono pause e nemmeno introspezione. Solo il tempo di rincorrere il baluginio di un sogno a volte solitario a volte collettivo, e dirsi e poi sentirsi un corpo, un corpo solo.

"Hai fatto?".
"Un attimo. Spostatevi più a destra.".
"Quanto cazzo ci vuole per fare una foto?".
"Meno di un secondo se chiudi la bocca.".
"Dai Tina Modotti, schiaccia 'sto minchia di tasto!".

Sembra ancora di sentirle quelle voci, sembra ancora di sfiorarli quei profili: ricordi inoculati dietro l'angolo convesso di tutte le frattaglie che la vita ci deposita nel cranio, anime appiccicate sullo sfondo bidimensionale della Kodak Magic Colors, ritagliate dai riflessi di un panorama che forse era Milano o forse Katmandu.

Resteranno sì, resteranno per sempre, come vuole la retorica, ma immobili; congelati nello spazio inanimato di un ricordo che si può veramente archiviare in un cassetto e senza l'ausilio di nessuna metafora.

Resteranno: imbalsamati, come le pose stupide di un rotocalco che schiera le sue salme nel breve omicidio di una didascalia che nulla lascia in eredità ai suoi posteri.

Da desta a sinistra, dunque: accasciati o in piedi, rotolati o naufragati, dispersi o ritrovati, fuggiti o accomiatati, comprati o alienati: Giorgio, Marco, Paola, Luigi, Arianna, Riccardo, Alessandra, Laura, Michele, Milvia, Claudia, Luca, Piera, Franco, Rita, Enza, Carmen…

"Ok! Ok! Cheeeeeeeeeeeeese".

Click.

 

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2 commenti:

  • Anonimo il 06/12/2007 10:48
    un click è anche amore

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