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L'ultimo sparo

La fronte era imperlata di sudore, il colletto rigido della camicia inamidata era ormai ingiallito e aveva provocato una curiosa striscia rossa sulla gola di Bennett, quasi un preludio al sapore della corda che probabilmente lo avrebbe avvolto, come una costosa sciarpa nelle infinite notti invernali.
Il fazzoletto strisciava freneticamente sulle gote per asciugare la pelle grondante, un’ impetuosa cascata d’acqua salata che gli finiva dritta negli occhi. Diamine, non poteva certo perdersi lo spettacolo. Erano giorni che se ne parlava, giorni che in città si attendeva solamente quel momento, temuto e sognato.
Se c’è qualcosa di cui hai paura, vecchio mio, non fai altro che aspettarla per provare l’emozione ed il terrore di cui gode la mente umana. Ognuno teme una pistola carica, ma nessuno esce di casa senza che il cinturone sia saldo ai fianchi e pronto all’uso.

-oggi fa un caldo tremendo, che il diavolo lo porti!- affermò Bennett. Il ragazzo alla sua sinistra neppure lo guardò, attese solamente che dai lati della città comparissero i protagonisti. Era quasi ora ormai, tanta gente affollava gli sporadici ripari alla ricerca di un po’ d’ombra ristoratrice, qualcuno aspettava un segnale dall’interno del Saloon, impegnato ad ingollare l’ultimo whiskey o a barare a dovere per l’ultima mano di poker.
L’orologio del municipio sembrava dormire come sempre ma i rintocchi si fecero sentire con solenne disattenzione, placidi e puntuali come il tramonto. I bambini furono spediti a casa, con le buone o con le cinghiate, poco importa se necessarie.
Se una schiena ti chiede di essere raddrizzata, vecchio mio, usa il modo più opportuno. Non curarti delle urla e dei pianti che ascolterai, un giorno ti ringrazieranno.
Erano le tre del pomeriggio a Huachuca City. Un pomeriggio bollente come il ghiaccio, caldo come il sangue che scorre nelle vene e che presto avrebbe disegnato curiosi arabeschi sulla terra acerba della città e che poi sarebbe tornata preda di carri, cavalli, speroni e risate di bambini.

-eccoli!- disse una donna. Un’espressione densa di sorpresa e di angoscia, di attesa e paura. La folla bisbigliò frasi inutili ed incomprensibili, sembravano parlare senza voler farsi sentire, creando un fastidioso cinguettio che ben presto si disperse nella torrida valle che inghiottiva la città. L’uomo di Sierra Vista procedeva lentamente, il cavallo manteneva occhi bassi e narici aperte per rubare ossigeno. Come il suo cavaliere.
L’ombra schiaffeggiava il terreno imponendo una voragine nera che strideva col giallo accecante sul quale gli zoccoli del mustang battevano inesorabilmente, dando vita ad un ritmo cadenzato e continuo, una nenia scritta da qualche cavaliere solitario, diretto verso un posto dimenticato da Dio per far cantare, forse per l’ultima volta, l’amica fidata che riposava ancora nella fondina di cuoio.
L’uomo di Sierra Vista era temuto ed ammirato, odiato e osannato, detestato e divinizzato. Banche, mandrie, diligenze.
Ti ricordi, vecchio mio, quando il Daily schiaffò in prima pagina l’assalto alla diligenza del governatore? Quel bastardo ancora sente il sapore della canna premuta sulla lingua e la moglie, quella baldracca proveniente da un lurido bordello di Tijuana, ancora non ha riacquistato la favella per la paura. Si esprime come un poppante, non che prima fosse in grado di proferir frasi sensate, capace solo a degustare ben altre canne che non quella di una pistola carica.

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4 commenti:

  • Anonimo il 26/12/2008 22:00
    BANG!!!!
    bello!!!!
  • simona bertocchi il 27/07/2008 21:34
    geniale!!!!!! ti prego scrivi ancora. Un abbraccio (bello risentirti) .
    Simo

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