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L'enigma della statuina di Faience -conclusione -

” Jonathan e Christopher si precipitarono di corsa verso Smith e quando gli furono accanto diressero lo sguardo in prossimità del punto indicato dall’americano. I due rimasero stupefatti: ai piedi di una piccola duna, esattamente sotto il disco dorato del sole, scintillava una piccola pozza d’acqua.
“Ho lanciato quella pietra nel punto in cui sgorga l’acqua che non disseta e che non rinfresca dalla calura. Ho mirato a quella pozza d’acqua prima che essa sparisse.”
E così dicendo Smith lanciò il sasso che aveva ancora tra le mani in direzione del miraggio che in pochi secondi sparì. Senza altri indugi Smith piantò un paletto, sul quale aveva fissato il suo fazzoletto, nel punto in cui era caduto il sasso ed un altro nel punto in cui aveva avvistato il miraggio. Subito si armarono di pale e cominciarono a scavare lungo quella linea immaginaria. Le ore passavano ed il sudore sgorgava copiosamente dalle loro fronti. La sabbia sollevata dagli scavatori di posava sui loro volti madidi e bruciati dal sole.
“Sarà meglio che tu vada a ripararti, -disse Smith- il tuo organismo non è abituato a queste torride temperature, tantomeno la tua pelle chiara. Rimanere al sole potrebbe essere molto pericoloso.”
Jonathan annuì e si diresse stancamente verso la tenda. Aveva mal di testa ed una forte nausea. Si sciacquò il viso bagnandosi i capelli poi si distese sulla sua branda.
Intanto gli altri quattro pur avendo lavorato alacremente, non avevano ottenuto alcun risultato. “Sabbia, solo sabbia... maledizione!” "esclamò Smith- Ormai la luce del giorno sta per abbandonarci, non ci resta che rimandare tutto a domani.” "concluse-
Mentre Selim e Zakaria si apprestavano ad accendere il fuoco, Smith e Christopher entrarono in tenda, dove Jonathan dormiva profondamente. Smith si avvicinò a lui e gli poggiò una mano sulla fronte.
“Ha la febbre alta. "disse- È restato troppo tempo al sole, c’era da aspettarselo.”
Christopher prese il suo zaino, aprì un piccolo taschino ed estrasse una bustina bianca.
“Una dose di questo farmaco lo aiuterà a star meglio. -affermò- Naturalmente dovrà rimanere quì al riparo almeno per un paio di giorni. Stasera dopo cena gli somministreremo il medicinale.” All’indomani mattina Jonathan si sentiva già molto meglio, la febbre era calata notevolmente. Pertanto osservava, dall’interno della tenda, i compagni di spedizione che in lontananza continuavano a spalare sabbia senza sosta. Avrebbe voluto essere insieme a loro ma ora doveva pensare a guarire, un comportamento azzardato poteva compromettere la sua salute e, di conseguenza, la spedizione stessa.
Altri due giorni passarono prima che Jonathan si ristabilisse completamente. Le ricerche prosegui-vano a ritmo serrato, ma della tomba di Userankh neppure una traccia. La sfiducia ed il malumore stavano pian piano penetrando nei loro animi. Altri dieci giorni di faticose ricerche erano passati, l’acqua cominciava a scarseggiare, così come pure i viveri. Selim e Zakaria avrebbero dovuto raggiungere la capitale per approvvigionarsi del necessario se si voleva continuare nelle ricerche e negli scavi. Ormai la tentazione di abbandonare l’impresa era sempre più forte ma nello stesso tempo la mente di Jonathan rifiutava l’idea del suo ritorno a casa riportando una seconda, bruciante sconfitta. Non poteva immaginare di riabbracciare i suoi cari dopo aver intrapreso una spedizione che gli aveva fruttato solo l’ennesima delusione. Se in quell’immensa distesa di polvere esisteva davvero una antica tomba, egli l’avrebbe scovata.

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