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fermate

Massimo sarebbe arrivato in ritardo, Valeria lo sapeva.
Era riuscito a prendere il treno solo alle sette. Bologna di mattina gli era sempre piaciuta: la poca gente che girava per i portici lo faceva piano, in silenzio, per non incrinare quella calma asciutta e spettrale. Era come se stesse facendo una passeggiata il papa: intorno, tu non dovevi comunque esserci, sarebbe stata una presenza inopportuna.
Alle otto e mezza stava già in stazione a Padova.

Ricordò le istruzioni: fuori della stazione, la linea blu per Sottomarina. La fermata stava a sinistra, rispetto a quella delle linee cittadine, un po’ defilata.
“Chiedi all’autista, per la fermata, ti raccomando” aveva detto Valeria al telefono.
“Piove di Sacco, per l’ospedale” aveva precisato.
Massimo stava pensando a che portare per il viaggio: un libro, della musica da ascoltare.
“Ci mette mezz’oretta” lo aveva rassicurato lei. C’era già andata più volte, per le visite e tutto il resto. Lui l’aveva accompagnata in una sola occasione.
L’autobus tardò, giusto il tempo di lasciare Massimo nelle sue indecisioni. Prima o poi avrebbe dovuto cominciare a studiare per l’esame di filosofia morale: allargò le gambe e le distese lungo il marciapiede, cercò di tenersi in tensione, poi inclinò la testa da un lato ed inspirò forte. Trattenne il respiro. Qualcosa era rimasto in sospeso. L’autobus era arrivato. Cacciò fuori dai polmoni l’aria vecchia, si alzò e prese il suo posto a sedere.
Il viaggio fu piacevole. Fuori le finestre, ottobre stava per finire. Il mattino odorava ancora di calma. Il cielo era terso; non c’era freddo.
Rovistò un attimo fra le cose nello zaino, finche non sentì in mano la forma circolare del lettore cd. Aveva il viso piegato da un lato, appoggiato sul guanciale del sedile davanti: contava le macchine che riuscivano a passare l’autobus in quella strada stretta. Aspettò un poco, poi rimise tutto a posto. Tirò su il busto in posizione eretta, e si mise in ascolto, sicuro di sé.
Gli occhi cadevano, ogni tanto, pesanti: ma non aveva sonno, ed in più notava che c’erano più automobilisti bravi di quanto pensasse.
Tutto era teso e rilassato, lì intorno.

L’autista aveva chiamato la sua fermata. Era stato gentile, a ricordarsi della richiesta di Massimo. Lui ringraziò, e scese. Si abbottonò la giacca, e seguì le indicazioni per l’ospedale: sempre dritto.
L’entrata era un po’ defilata, a Massimo sembrò l’avessero spostata, rispetto a prima.
Quando fu sotto quel modesto edificio bianco, squillò il telefono: era Valeria.
“Non è che venendo mi piglieresti una scatola di assorbenti?” chiese “mi avevano consigliato di portarli, ma me li sono scordati”.

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