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non parlare, se puoi

Mio padre me lo aveva detto: falle capire che le sei vicino.
“Com’è andato il concerto?”.
“Ho trovato come sempre la solita gente di qui”.
La tavola era imbandita di cose da mangiare: sembrava tutta roba buona. Non era ancora ora di pranzo.
“Ma c’è qualche ospite?”, chiesi.
Mia madre non rispose. Cominciò ad armeggiare con la caffettiera: non si chiudeva. Me la porse con un gesto di stizza: chiudila tu, che sei capace.
“Martina dovrebbe arrivare oggi per pranzo”.
Ero tornato poche ore prima: avevo preso l’ultimo treno disponibile. Ero felice, ma i miei occhi faticavano a farlo vedere.
“Allora, per Roma?”, mi chiese.
“Metti giù”, feci io, sporgendomi in avanti: aveva preso a mangiare della frutta secca. Non volevo poi dover sopportare le sue infantili lamentele, sul fatto che non avesse più fame.
“Dovremo orientarci bene…credo prenderò la mia guida preferita…Margherita è riuscita a darmi solo il numero di una buona locanda, ma è a Firenze, ed è piena fino al venti di maggio”.
Avevo ponderato bene ognuna di quelle parole, senza un motivo. Seduto a capotavola, era come se parlassi ad una platea godereccia. Mi sentivo a mio agio.
Non sapevo se lei avesse la voglia di parlarne.
Lei si irrigidì, per un attimo: sembrava dovesse dirmi qualcosa di importante.
“Ha telefonato tuo zio. Dice di avere alcuni bandi di concorso da farti vedere. Sono tutte cose a cui lui ha già partecipato: vincendo, talvolta”.
Guardava fuori ai panni stesi sul balcone: doveva guardare qualcosa d’altro, ogni volta che parlava di suo fratello, come se il fatto di parlare di lui glielo avesse imposto qualcun’altro, a cui lei non prestava attenzione.
Mi trovai istintivamente ad osservare il suo seno: era così piccolo e fragile, mi chiesi come avessi mai potuto ricevere del latte proprio da lì, se le avessi fatto del male.
“Come ti senti?”, azzardai.
Mi serviva mio padre: lui era sempre così diretto. Aggiustai l’orologio al polso: mi tranquillizzai pensando che sarebbe arrivato fra poco.
Lei aggrottò la fronte.
“Bene”, rispose. Non sembrava troppo convinta.
Sorrisi. Reclinai la testa sul tavolo: ero veramente troppo stanco. Non parlare, se puoi, mi sembrò sentirmi dire.
“Vedrai, andrà tutto bene. Come l’altra volta”.
Già, proprio come l’altra volta. Cercai di nascondere un forte tremito di freddo.

 

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