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Oltre l’illusiòne

Lei entrò fra le nostre due file e noi dimenticammo di respirare. Quegli occhi celesti, quel dolce viso che pure gli angeli le invidiavano, i capelli coi riflessi del sole… Dio mio, com’era possibile che esistessero ancora esseri simili, oppure era un miraggio che prendeva in giro i nostri stanchi sensi. Noi, in due file di carcerati di campi di concentramento, con occhi sbalorditi e sporgenti e bocca spalancata osservavamo incantati questa ragazza, e sentivamo che a poco a poco si accendeva in noi la speranza e la voglia di vivere. Non era semplicemente una persona, era una forza che creò un varco, una finestra che si aprì e lasciò via libera ai nostri ricordi spaventati e nascosti chissà dove in qualche angolo del cervello e dell’anima, la quale era logora e spossata. Volti cari comparirono e restarono immobili davanti ai nostri, elargenti smorfie di sorrisi involontari. Lei parlava con l’ufficiale che l’accompagnava, e i suoni della sua voce erano la musica più bella che le nostre orecchie avessero mai sentito. Quando lei rise, le ali degli angeli si dischiusero e si picchiettarono soavemente proprio sotto il tetto della nostra misera baracca. No, lei non aveva niente a che fare con questa SS che le stava accanto, lei non aveva la stessa divisa, lei era un angelo venuto per noi, fra noi.
Ad un tratto ella si girò, quando i suoi bellissimi e sorridenti occhi incrociarono i miei, il cuore sembrò quasi che smettesse di pulsare. Lei indicò dalla mia parte e io pensai contento che ero io colui che voleva, invece no, era mio fratello, il quale era posto proprio affianco a me. Non ci eravamo separati dal moment o in cui eravamo stati deportati in quel campo, ed era questo che ci dava la forza di andare avanti in quella orrenda realtà. Lui fece un passo avanti e io dolorosamente notai che sia lui, sia tutti noi non avevamo niente in comune con l’aspetto umano, eravamo comici, brutti, scheletrici, con quelle facce che anche se avessimo fatto un sorriso innocente scaturito da emozioni così belle avrebbero dato effetti così orrende e spaventose. All’improvviso lei tirò fuori una pistola, lo puntò e sparò. Davanti ai miei occhi mio fratello vacillò, cadde di schiena con un buco alla fronte. Il tempo si fermò, e sentii il sangue raggelarmi nelle vene. Lei uscì dalla baracca ridendo con il suo accompagnatore. Il tiro era riuscito alla perfezione. Ormai i nostri occhi e le nostre orecchie erano chiusi e le belle sensazioni si nascosero nuovamente sotto la paura. Era stato solo un illusione. Quella donna non era un angelo, ma un demonio.
La morte era tanto presente nei nostri giorni al campo di concentramento che ce ne eravamo abituati, e c’erano momenti in cui non ci faceva impressione, rimaneva un evento il quale era sempre brutto, ma non era più brutto delle altre cose.
Ma quel giorno persi pure un mio amico, durante la giornata lavorativa, schiacciato da un vagone carico. Quella notte, quando mi sdraiai per dormire, reso un mucchio di ossa storpie dal dolore e dalla fatica, sentii la mancanza di mio fratello e ricordai l’episodio accaduto quella mattina. Dio, pregai di non farla più tornare nella nostra baracca. Sentivo la tosse dei miei compagni di sventura e se lei arrivava a chi toccava d’altro. Potevo essere pure io, pensai, e di botto sentii i miei arti raffreddarsi dal terrore e il sonno prendeva il sopravento. Ma che importanza aveva, io e tutti gli altri sapevamo già che fine ci aspettava. La prospettiva di morire dalla mano di quella donna che quella di essere schiacciato da un vagone, oppure quella di essere picchiato a morte sotto gli stivali e i manganelli delle SS, era più accettabile.
Ella tornò nuovamente l’indomani mattina, e i giorni seguenti, e ripeteva lo stesso atto, era questo l’hobby di questa bella infermiera. E ogni notte stanco e stremato da una giornata d’inferno pregavo di essere io quello ucciso di turno la mattina dopo, per non essere ancora obbligato a condurre un’altra giornata estenuante in questo campo. Ma ogni mattina davanti a questo angelo della morte il mio cuore tremava, sentivo il sangue bloccarsi nelle vene e capivo che in questo sacco di ossa c’era ancora la luce della speranza e pregavo Iddio con tutta la potenza della mia anima: Ti prego, fai che non tocchi a me!

 

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