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Ogni cosa che faccio...

Ogni cosa che faccio la faccio a precipizio così posso fare qualcos'altro.
La carta vetro corre veloce, andirivieni frenetico, morde la ruggine, prepara il metallo per ricevere il bacio rigenerante di nuove mani di vernice che renderanno l'antico splendore all'ammasso di ferraglia corroso dal Tempo, insultato dalle Intemperie.

Lunghe sequenze di frasi, fiumi di parole spese inutilmente, ecco cosa sono, suoni cacofonici che non esprimono concetti, vani movimenti delle labbra che non hanno alcunché di concreto.
Concetti stereotipati, artificiali, per discorsi fumosi che non approdano a nulla, scalfiscono solo superficialmente il pelo dell'acqua nell'oceano che è in noi, senza mai spingersi nelle profondità abissali, mentre la Vita scorre via tra le dita come farebbe una manciata di arida sabbia, mentre la Vita si esaurisce nelle pieghe di fantasie mai compiutamente espresse, il mio Tempo si consuma nel rammarico di non vedere realizzato nessun progetto, progetti abortiti come figli desiderati ma dei quali avevo paura, di avere abbozzato e mai veramente portato a compimento gli Ideali della Giovinezza, ma sono stato mai veramente giovane?
Mi lacero le vesti per il cordoglio per aver gettato ai porci la parte più consistente, più bella? più importante? del Tempo a mia disposizione nella vana illusione di realizzare chimere, nella fallace convinzione che Utopia fosse una parola che nel mio vocabolario non potesse trovare collocazione, perché niente era impossibile, posto che fossi io a volerlo.
Ora nel mezzo del guado mi volto, alle mie spalle non vedo che il Vuoto, se la mia Vita avesse termine oggi di me non resterebbe traccia.
Guardo avanti e vedo il Vuoto, ma a differenza del Vuoto che mi lascio alle spalle, una pagina su cui un folle ha vergato a caso frasi sgrammaticate poi cancellate con rabbia in malo modo, la pagina che ho innanzi è ancora bianca, vergine, e forse riuscirò a scrivere su di essa qualcosa per cui valga la pena che il mio nome non debba subire l'onta dell'oblio.

 

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