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“Non rinunciare mai ciò che ti viene offerto”

Ero piccolo.
Gli occhi annebbiati cercavano di scorgere la tua casa dalla finestra, ma l’unica cosa che vedevano era il vuoto improvviso del mio cuore. Sentendo il boato dei singhiozzi provenire dall’altra stanza, continuavo a ripetermi “non ci sei più” e non riuscivo a spiegarmi il perché, non riuscivo a capire che cosa si sarebbe spezzato. Non volevo più guardare quel viso, non volevo più vedere chi, con gli occhi arrossati cercava di spiegare a me e mia sorella quanto accaduto.
“Domani non può venire”. Al telefono una voce cercava di spiegare, senza le sue parole, quello che doveva provare, quello che sarebbe accaduto, quella portiera in corsa che si sarebbe aperta e subito bloccata da chissà quale mano. Girandomi al suono di quelle parole vedevo mia madre, sulla cassapanca guardare la schiena di mio zio, lei si era già accorta che ero lì, i suoi occhi non hanno parlato: è stato tutto il suo viso, la sua mano sul mio capo, ora sulle sue gambe…
Avevo iniziato a piangere, a singhiozzare, e non mi ricordo per quanto, ma ora so di non aver mai smesso, di non aver mai dimenticato.
Sono passati molti anni da quel primo giorno di primavera in cui sei andata via. Non è cambiato quasi nulla, quel gelo che si è formato nei cuori, da quel giorno non è andato più via, quel collante che solo tu, nonna, riuscivi con forza a gestire, si è andato sgretolando e si è spezzato. Quel bambino è cresciuto e molte cose che prima non sapeva, ora provocano solo dolore allo stomaco. Quei pugni ricevuti hanno lasciato per sempre il loro segno, e anche se cerco aiuto, la tua mano, il tuo conforto, non trovo risposta.
È difficile spiegarti che ci sono giorni in cui le lacrime non chiedono il permesso, è difficile farlo soprattutto a te che stai soffrendo, ne sono certo, quanto e più di noi. È difficile chiederti se quell’odio nascosto c’era anche quando c’eri tu, c’erano anche quando il mondo vissuto da un bambino era di colori allegri. Forse non voglio conoscere la risposta, con la paura che quella sofferenza, che mia madre nasconde, ogni giorno, dietro i suoi occhi, c’era anche allora, ed era, ed è inspiegabile.
Non so più dove sia andata la verità, non sanno più dove sia andata la verità, e, anche se ti ricordano, dimenticano i tuoi principi e dimenticano che tutto sommato fanno parte della stessa famiglia. Quella in cui vivevi tu.
Dimenticarti non è possibile, non è pensabile, forse non è neanche accettabile, così come non è stato accettabile il tuo addio.
Ti chiamavi come la madre di tutte le madri, come la nonna di Gesù e ora il tuo nome è ricordato per essere la protettrice di tutti i mestieri, proprio come quelli che facevi sempre tu.
Sei sempre nel mio cuore.
Ciao nonna Anna.

 

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