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Beatrice

“…: io dico di Beatrice;
tu la vedrai di sopra, in su la vetta
di questo monte, ridere e felice”
DANTE ALIGHIERI

Se non recassi ancora un segno tangibile degli strani eventi da me vissuti in quel pomeriggio della mia adolescenza, ahimè ormai lontana e vagheggiata come dal naufrago sono gli usati luoghi e i suoi più cari affetti, crederei d’esser io vittima d’un di quei tranelli di cui tanto copiosamente il dio disseminò la vecchiezza umana, onde ridurre a saggezza e umiltà quel ch’erano la sfrontatezza e l’impeto della gioventù. So bene quanti e quali oltraggi del tempo sia costretto a patire, primi fra tutti quelli del mio corpo logoro e stremato, pronto a rassegnarsi al ciclo delle cose per rinascere in forme nuove e a me imprevedibili. Ma ancor di più conosco e patisco l’oltraggio dell’uomo e le beffe di quanti hanno ascoltato questa mia storia e m’hanno in conseguenza detto pazzo o mentecatto, bacato nelle mie facoltà mentali dal peso degli anni. Che la mia mente non sia più quella di una volta, lo riconosco e ne sono consapevole; la lama affilata ch’era il mio ingegno è ad oggi un coltello arrugginito e smussato nella punta. Ma quel po’ delle mie forze che ancora sopravvive in me monta in furore contro chiunque osi denigrare o mettere in dubbio il mio racconto. La vita ha saputo nutrire e rafforzare il mio spirito e certezze vieppiù nuove si sono sostituite alle precedenti, ma sarei disposto a dubitar di me stesso piuttosto che di quanto vidi e vissi in quel pomeriggio. Negherei il mondo e questa mia stessa mano che, tremolante, riporta incerta in lettere ciò che io penso e intendo scrivere, ma non negherei o sarei incerto di quei fatti. Ahimè, quanti, dinanzi a tanta risolutezza, ridono e si reggono lo stomaco, portati alla derisione e ad assecondarmi piuttosto che alla comprensione!
Ed io ne ricevo, così, uno dei più intensi dispiaceri della mia vecchiaia, già tanto sofferente e triste. Ho tuttavia risolto che, se è intenzione dei miei conoscenti non prestarmi fiducia; se è loro opinione ch’io sia pazzo per davvero; se è loro volontà internarmi a breve in qualche ospizio per folli; allora ho deciso di lasciare in queste pagine un resoconto di quelle ore, vive in me più del ricordo di mio padre e di mia madre.
Al tempo in cui m’inerpicavo lungo la fase ascendente della parabola della mia vita terrena, unica o prima tra le mie vite?, lontano dalla fase calante più di quanto fossi lontano dal culmine della stessa, vivevo in un piccolo e isolato villaggio nel nord della regione, in luoghi in cui la presenza umana era più che sopraffatta dagli ampi boschi che, digradando giù dai declivi, scorrevano fino a valle. Terre fredde e umide, ma belle, rigogliose, fertili e verdi come mai ne vidi nei miei viaggi, forti della bellezza dei ricordi d’infanzia e d’esser state scenario delle mie passioni giovanili. Qui, insieme a mia madre e a mio padre, unico figlio d’un tormentoso matrimonio conclusosi con la prematura morte di mio padre, avvenuta pochi anni prima dei fatti di cui intendo parlare, vissi la mia puerizia e la mia adolescenza, fino alle soglie del mio ventitreesimo anno d’età, allorché il venir meno di mia madre m’indusse a mutar domicilio.

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3 commenti:

  • Lele M. il 06/12/2010 20:09
    Grazie per l'attenzione, Emiliano.
    Mi rendo conto che cinque pagine possono spaventare. Anche io ho bisogno di prendermi il mio tempo quando decido di leggere un racconto più lungo di due facciate.
    Scrissi questo racconto in quarto liceo, in un pomeriggio di pioggia ( e di pioggia ce n'è tanta nel racconto...), in un periodo in cui ero molto suggestionato dalla lettura di alcune opere di E. A. Poe. Se lo hai bazzicato, e credo di si, credo che capirai a cosa mi riferisco dicendo che il mio stile risentiva molto del suo. Non intendo paragonarmi alla sua qualità, ma i fronzoli che esasperano questo racconto sono in gran parte frutto della lettura delle sue opere. A ogni modo, questo racconto è stato fortemente voluto in questo modo. Non è uno sfoggio di parole difficili, ma un tentativo di emulazione (in parte incosciente) che feci a quei tempi.
    Il tuo consiglio è apprezzabile e condivisibile, ma temo che non me lo vedrai mai applicare nello stile... Grazie ancora. A rileggerci.
  • Emiliano Shegani il 06/12/2010 00:40
    Mi sarebbe piaciuto sapere di più in materia per poterti criticare costruttivamente, in modo che saresti potuto migliorare in qualcosa, l'unico consiglio che mi sento di darti è una frase di bruce lee: "ogni giorno qualcosa di meno, fino a ridurti all'essenziale" (io lo applico anche nella vita). Cerca di eliminare tutte le superficialità affinchè rimanga lo stretto necessario per poter emozionare i tuoi lettori. Questo è un consiglio
  • Emiliano Shegani il 06/12/2010 00:35
    Nooooo!! Ti avevo scritto un commento lunghissimo e non me lo ha "pubblicato"! Vabbè comunque penso di sapere perchè hai dei commenti a tutte le opere tranne che a questa: 5. Si perchè hai scritto 5 lunghe pagine ... Ho notato subito il tuo "stile" e le parole "cercate" che hai usato. Ho notato anche che hai molto più talento di me e ne sai di più sulla scrittura e la narrazione. Mi sono piaciute anche alcune tue poesie. Non mi sento in grado di "criticarti" sul piano "tecnico" perchè ne so poco o niente, quello che conta per me è l'emozione che viene trasmessa, anche da una singola frase. Hai ragione sul fatto che io a volte "comprimo" il tutto in poche righe, sbagliando... ma quando scrivo devo finire tutto velocemente, quasi come se dovessi battermi con il mio avversario (pratico kickboxing) per stenderlo il più velocemente possibile, senza stare li a perdere tempo, per poi finire l'incontro (da sconfitto o vittorioso) con una sensazione di leggerezza. Buona fortuna per le tue future opere e saluti.

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